di Giovanni M. Jacobazzi
Il Riformista, 11 settembre 2026
Prosegue il viaggio del Riformista nelle riforme della giustizia che erano state annunciate all’inizio della legislatura e che sono però ancora in alto mare. Nel caso della prescrizione, lo stop si trascina da più di due anni. Il disegno di legge di riforma della prescrizione era stato approvato dalla Camera il 16 gennaio 2024 e trasmesso a Palazzo Madama il giorno successivo. Da allora è rimasto all’esame della Commissione Giustizia, senza che sia mai arrivato in Aula. Anzi, nel 2026 sono ripartite le audizioni. Il testo è stato presentato dai deputati di Forza Italia Pietro Pittalis, Tommaso Calderone e Annarita Patriarca. Attuale relatore a Palazzo Madama è il senatore di Fratelli d’Italia Sergio Rastrelli.
L’obiettivo è mettere definitivamente ordine a un istituto di diritto sostanziale che negli ultimi anni è stato cambiato, sempre sull’onda delle polemiche legate a fatti di cronaca, almeno quattro volte. Dopo la “ex Cirielli” approvata nel secondo governo Berlusconi, quasi tutti i ministri della Giustizia che si sono avvicendati a via Arenula hanno voluto mettere mano alla prescrizione: Orlando, Bonafede, Cartabia. Il progetto della maggioranza di centrodestra è quello di tornare alla prescrizione come causa di estinzione del reato anche nei giudizi di impugnazione, di fatto l’iniziale previsione del 1930 di Alfredo Rocco, cancellando così l’improcedibilità introdotta da ultimo ed evitando dunque che appello e Cassazione si possano trascinare all’infinito. In particolare, il nuovo articolo 159-bis del codice penale prevede che, dopo una condanna di primo grado, la prescrizione venga sospesa per un massimo di due anni. Se in appello la condanna viene confermata, la sospensione può arrivare a un ulteriore anno. Poi il tempo torna a correre.
La riforma punta così a cancellare due pezzi centrali della Cartabia: l’articolo 161bis, che fa cessare definitivamente la prescrizione con la sentenza di primo grado, e l’articolo 344-bis del codice di procedura penale, che prevede l’improcedibilità quando appello e Cassazione superano i termini massimi stabiliti dalla legge. La riforma Cartabia aveva “attenuato” in parte le novità introdotte da Alfonso Bonafede, pentastellato ministro della Giustizia, che bloccava tout court la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, di fatto lasciando l’imputato in balia dei magistrati e delle loro tempistiche. Si era scelto di congelare la prescrizione dopo il primo grado, mettendo contemporaneamente un tetto alla durata dei giudizi di impugnazione. Il testo attuale vuole invece mantenere in vita la prescrizione anche dopo la prima sentenza, concedendo però una finestra temporale di sospensione.
Sul fronte dei lavori parlamentari, il testo, come detto, è arrivato al Senato nel gennaio 2024. Il 9 e il 18 aprile dello stesso anno si sono svolte le prime audizioni. Poi il rallentamento, fino a trasformare una riforma già approvata da un ramo del Parlamento in un dossier apparentemente senza fretta. Due anni dopo, la Commissione Giustizia ha infatti ripreso le audizioni: il 6 maggio scorso è stato ascoltato Stefano Celli, vicesegretario generale dell’Associazione nazionale magistrati; il 13 maggio Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali, ed Enrico Amati, componente della stessa Giunta. Il ritorno alla prescrizione sostanziale non è un dettaglio marginale dell’agenda del governo ma una norma di civiltà. Il processo è già una pena, come diceva Cesare Beccaria e come ricorda spesso Carlo Nordio. Farlo diventare eterno è solo accanimento.









