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di Gianluigi Pellegrino*


La Repubblica, 30 dicembre 2019

 

Forte ma incapace di dare uno straccio di risultato. Per quanto acceso, il dibattito sulla riforma della prescrizione che sta per entrare in vigore, sembra finito su un binario morto. Fertile di analisi quanto sterile di soluzioni.

Mentre rischiamo il paradosso di passare dal salvacondotto della prescrizione, a quello persino più odioso di pene che non diventano mai definitive, né esecutive e, allo stesso tempo, processi infiniti per gli innocenti.

Il tutto, come bene evidenziato sabato da Luigi Manconi su queste colonne, senza aver nemmeno avuto il tempo di verificare gli effetti delle novità rilevanti che poco tempo fa il Pd con Orlando aveva faticosamente introdotto e che ora già ci rimangiamo.

Allora una soluzione va ricercata partendo necessariamente dal dato di realtà costituito dalla riforma Bonafede che, con i botti di Capodanno, entrerà sicuramente in vigore, rischiando però di scoppiare tra le mani dello stesso ministro.

Come noto, la legge voluta dai Cinque Stelle si riassume nell'abolizione della prescrizione a partire dalla sentenza di primo grado quale che essa sia, persino di assoluzione. Certo di tale riforma pur molto zoppicante negli effetti, e malferma nelle basi di cultura giuridica, va riconosciuta l'esigenza di partenza, tante volte anche qui denunciata, costituita dalla intollerabile impunità che negli anni il pur civile istituto della prescrizione ha portato con sé e con la sua degenerazione.

Senza quindi dimenticare questa ragione giustificativa, si deve però evitare che la novella generi l'effetto paradossale di aprire una nuova via alla impunità, perché condanne che non diventano mai definitive equivalgono a pene che mai si scontano e a parti civili che mai hanno giustizia. E allo stesso tempo deve garantirsi che l'imputato che voglia davvero il processo abbia in tempi ragionevoli un verdetto finale per esigenza minima di civiltà giuridica.

E allora una piccola ma essenziale modifica da introdurre senza indugio alla riforma Bonafede, magari per mano dello stesso ministro, è quella di prevedere che almeno all'imputato che richieda il giudizio immediato con le relative rinunce processuali, lo Stato garantisca la relativa celebrazione in tempi ragionevoli, in difetto operando la prescrizione che a quel punto non sarà più odioso salvacondotto da un processo che invece lo stesso imputato ha chiesto e costruttivamente sollecitato.

Si tratta di una modifica minima quanto essenziale come quella di escludere che la prescrizione sparisca, pur quando si sia stati assolti in primo grado. Due piccoli ma decisivi ritocchi cui il ministro non dovrebbe avere ragione alcuna di opporsi se davvero della prescrizione vuol gettare via soltanto l'odioso portato di salvacondotto e impunità.

E non voglia invece rischiare di passare alla storia per aver fatto rientrare dalla finestra sia l'uno sia l'altra, con pene mai definitive che restano solo sulla carta e con l'insopportabile processo infinito anche per gli innocenti.

 

*Costituzionalista e avvocato esperto di diritto amministrativo