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di Massimo Krogh


Il Mattino, 1 marzo 2020

 

Dai media abbiamo appreso giorni addietro che sulla riforma delle intercettazioni, dopo molte polemiche, sarebbe stata raggiunta una intesa dalle forze politiche del Paese, in vista dell'annunciata e più generale riforma del processo penale. In questo girotondo di cose che vanno e vengono, la parola "riforma" brilla come il lumino funebre dei progetti su cose defunte.

Come può riformarsi il vuoto? Il giustizialismo abbonda, favorito dall'obbligatorietà dell'azione penale, peraltro si scontra con le carenze del Servizio giudiziario che dovrebbe soddisfarlo; moltissimi processi ma poche sentenze.

Tanto giustizialismo, vuoto di giustizia. Vistosa contraddizione che punisce il nostro Paese, noto in Europa per essere in testa fra i Paesi censurati dalla Corte di Strasburgo. La nostra Costituzione all'articolo 111 prevede il giusto processo, all'articolo 112 stabilisce l'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale, che crea tanti processi da impedirne, giusti o non, la celebrazione.

Bisogna convenire che in Italia la questione giustizia è ancora irrisolta, forse prigioniera di radici culturali logorate. Un vuoto culturale antico, che non si colma con qualche legge che "riforma", richiedendo un percorso di pensiero e riflessione sinora mancato. Possibile che nessuno si sia accorto che siamo l'unico, fra i Paesi di civiltà avanzata, a mantenere l'obbligatorietà dell'azione penale, conservata da qualche altro paese esclusivamente per reati molto gravi?

Possibile che nessuno si sia accorto che l'articolo 112 della Costituzione, intasando di processi ingestibili il paese, si pone in contrasto con l'articolo 111 che li vorrebbe, invece, celebrati e nel modo giusto? Si è, persino aggiunto il recente reato di "Depistaggio", che in un Paese sommerso dai processi scoraggia le archiviazioni piuttosto che incoraggiarle!

Occorre ammettere che abbiamo un codice nato male e malissimo rattoppato, facendolo funzionare sempre peggio. Il processo accusatorio, che vorrebbe una linea orizzontale di parità delle parti, è trasformato in una torre verticale di "reclami" eccessivi e ritardanti. La riforma brilla ora per le intercettazioni mediante trojan, che danno notevole spazio ai reati contro la pubblica amministrazione e all'intervento degli avvocati.

Le intercettazioni, rinforzate dal sistema trojan, sono uno strumento di indagine molto invasivo; ma indubbiamente efficace e, pertanto, sono spesso privilegiate, appartandosi altri mezzi investigativi della ricerca analitica, quali impronte, documenti, testimonianze, riscontri, sopralluoghi, ricognizioni e così via. Vi è da temere che, per l'immediatezza dei risultati che forniscono, possano oscurare le altre fonti e gli altri metodi d'indagine.

Ciò non gioverebbe alla giustizia, anche perché le intercettazioni si prestano, nell'inconsapevolezza del gestore, a fughe di notizie e violazioni della privacy, con conseguenti strumentalizzazioni che offuscano concetto e significato di "giusto processo". Sono un mezzo di ricerca della prova che dovrebbe essere usato come supporto e che invece è divenuto il prevalente strumento investigativo. Occorre molta attenzione, insomma un Paese molto attento che, però, non si trasformi in uno "spione".