di Flavia Perina
La Stampa, 16 marzo 2025
Magari è vero, magari sono tutti determinati ad “andare avanti con la massima celerità” come il centrodestra giura da due giorni, ma è difficile archiviare sotto la voce “gaffe” l’intemerata del sottosegretario Andrea Delmastro contro il doppio Csm. Ed è legittimo chiedersi se Fratelli d’Italia non abbia deciso di attivare anche sulla giustizia, come sul federalismo, come sul premierato, la strategia a lungo termine del “vedremo”, con due evidenti vantaggi: far decantare lo scontro con i magistrati e disinnescare una difficile prova referendaria a ridosso delle prossime elezioni. La destra italiana, peraltro, per la rivoluzione della giustizia non si è mai sbracciata.
Alla solenne conferenza stampa in cui fu presentato il testo Giorgia Meloni non c’era nemmeno: preferì lasciare la ribalta a Carlo Nordio e Antonio Tajani, che dedicarono la riformissima a Silvio Berlusconi, citandolo ripetutamente come ispiratore. Ora che si è arrivati al rush finale è lecito pensare che il melonismo esiti a lanciarsi nel fuoco - il fuoco di una battaglia durissima contro il potere giudiziario e non solo - per uno stravolgimento della Costituzione voluto da altri, che non è mai stato nei suoi programmi e nei suoi orizzonti, e per di più rischia di incrinare il mito fondatore della destra amica dei giudici coraggiosi, la destra di Falcone e Borsellino.
La strategia del “vedremo” può risultare un efficace riparo. Ha già funzionato ai tavoli dell’autonomia differenziata, dove la maggioranza ha tirato il freno a mano nonostante le insistenze di Roberto Calderoli perché fossero subito rammendati i buchi aperti dalla sentenza della Corte Costituzionale. E nel “vedremo” è stato annegato anche il presidenzialismo-premierato, scomparso dalle cronache dopo la prima approvazione parlamentare. Tutto fa pensare che Palazzo Chigi si sia disamorato del colossale progetto riformista messo nero su bianco nel 2022. Non gli serve, non ne vede più la necessità. Il governo è solido, gli alleati riottosi ma sempre inchiodati a percentuali minori, gli avversari inconcludenti e divisi: lasciar perdere è l’opzione più pratica per mantenere il primato alle prossime politiche e guidare i giochi della successione a Sergio Mattarella.
Poi (si spera) qualcuno si sarà pure reso conto che quei tre cavalli di battaglia - repubblica presidenziale, Italia federale, separazione tra giudici e pm - appartengono al giurassico del centrodestra, al lessico di una destra, di un leghismo, di un forzismo che non esistono più. La destra “alternativa al sistema” di Giorgio Almirante, la Lega dell’indipendentismo padano di Umberto Bossi e di Gianfranco Miglio, la Forza Italia di Silvio Berlusconi, dei suoi 136 processi e di classi dirigenti appena uscite dalla tempesta di Mani Pulite. Le elezioni del 2022 sono state, probabilmente, l’ultima spiaggia di quei richiami, l’ultima volta che hanno funzionato come calamita identitaria per gli elettori. Di qui in avanti il copia-e-incolla dei vecchi programmi diventerà inutilizzabile. Cambiano le domande dell’opinione pubblica, dovranno cambiare le risposte: Europa, guerra e pace, Trump e Putin, spese militari, dazi, Difesa integrata, disimpegno Nato. Ed è comprensibile che qualcuno abbia cominciato a chiedersi: ma chi ce lo fa fare di impantanarci in battaglie di un’altra era? Non è meglio dire “vedremo” e passare oltre?











