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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 24 gennaio 2025

Giuseppe Tango, giudice al tribunale di Palermo e candidato con Magistratura Indipendente al parlamentino dell’Anm. Queste elezioni, in programma da domenica a martedì, arrivano in un momento complesso dei rapporti tra politica e magistratura. Di fatto il prossimo presidente avrà il compito di guidare la campagna contro la riforma della giustizia. Come si affronta questa fase?

Si affronta avendo come obiettivo quello di riconquistare la fiducia dei cittadini, in modo tale da poter poi far comprendere loro dove sta la verità e dove la propaganda. In particolare, a mio modo di vedere, l’Anm, senza indugio, dovrà esercitare un ruolo propulsivo e di coordinamento delle varie iniziative da svolgere nei vari distretti, dove le giunte territoriali giocheranno un ruolo fondamentale nel raccogliere le disponibilità dei più volenterosi di noi a recarsi nella varie realtà della società civile - università, scuole, associazioni varie, sindacati… - e nell’organizzare tali incontri. Ma questo sarà solo il primo passo, in attesa del coinvolgimento di chi, all’esterno della magistratura come parte dell’accademia e l’avvocatura, potrà sposare le ragioni in cui crediamo.

I sondaggi d’opinione mostrano che la magistratura, per così dire, non è più tra le istituzioni preferite dagli italiani. Il governo, convinto di vincere, cercherà di fare del referendum una sorta di sondaggio di gradimento sui giudici. Crede che riuscirete a convincere i cittadini delle vostre ragioni?

Se non fosse così, cioè se credessi che non ci siano margini per convincere i cittadini della bontà delle ragioni che portiamo avanti, non mi sarei sino ad ora impegnato tanto in tal senso, anche a livello territoriale, e di sicuro non mi sarei candidato al Cdc. Non c’è dubbio che si tratta di una sfida assai ardua e dall’esito quanto mai incerto, ma se impiegheremo il tempo che resta da qui al possibile referendum per spiegare in modo chiaro, comprensibile ed efficace le numerosissime criticità della riforma e le conseguenze nefaste che produrrebbe, anzitutto a danno degli stessi cittadini, sono certo che questi ci ascolteranno. Ma, e dico un’ovvietà, non ci crederanno se non saremo credibili: se non riusciremo a mostrare il volto migliore della magistratura. Non perdono occasione per rimproverarci che siamo la magistratura di Palamara… Bene, ricordiamo loro di essere anche la magistratura di Falcone, Borsellino, Livatino, Alessandrini, Chinnici e tanti altri che, ancora oggi, silenziosamente, senza mezzi e senza risorse adeguate, trascorrono interminabili giornate lavorative, senza badare all’orologio, sacrificando spesso esigenze familiari e trascurando finanche la propria salute, pur di rendere un servizio nell’interesse della collettività.

Al congresso di Palermo, la scorsa primavera, il suo è stato forse l’intervento più applaudito. Sono arrivati apprezzamenti anche da esponenti di correnti lontane da Mi. Secondo lei come dovrà essere la prossima giunta dell’Anm?

Una giunta unitaria, dialogante al suo interno ed all’esterno, operativa, propositiva, con grande capacità di ascolto delle esigenze dei colleghi, scevra da inutili protagonismi e che abbia il coraggio di affrontare le sfide che ci attendono, abbandonando logiche obsolete ed adottando nuove strategie di comunicazione.

Qual è secondo lei l’argomento più forte che dovrebbe dissuadere chiunque dall’essere favorevole alla separazione delle carriere?

Di argomenti contrari ce ne sarebbero a iosa. Direi così: premesso che la riforma non risolverà un solo problema reale della giustizia, se si vuole un pubblico ministero strutturato per diventare l’avvocato dell’accusa, un corpo separato di magistrati del pubblico ministero, privi di cultura giurisdizionale e fortemente aggregati, sciolto da qualsiasi altro potere, in sintonia con la mentalità dominante presso gli organi di polizia giudiziaria, una minore tutela per il cittadino, un magistrato meno autonomo e meno indipendente, una riscrittura dell’assetto costituzionale, caratterizzato da un manifesto sbilanciamento tra i poteri dello Stato, la riforma è ciò che fa per voi. Se, invece, vi fidate del sapiente sistema di pesi e contrappesi concepito dai nostri saggi padri costituenti, persone della caratura di De Gasperi, Togliatti, Calamandrei, Pertini e Bernardo Mattarella, solo per citarne qualcuno, allora siate contrari alla riforma.