di Vinicio Marchetti
today.it, 24 aprile 2026
I direttori degli istituti penitenziari italiani attendono il primo contratto di categoria dal 2005. Ora una riforma li trasforma in esecutori. Il Coordinamento Nazionale Dirigenti Penitenziari insorge. C’è un modo per distruggere uno Stato senza sparare un colpo. Basta riscrivere un decreto. Basta cambiare i nomi degli uffici, spostare le dipendenze funzionali, trasformare chi governa in chi esegue. E farlo di notte, in silenzio, con il linguaggio burocratico che addormenta le coscienze e nasconde la violenza dentro i subordinati di una circolare ministeriale. È quello che sta accadendo nelle carceri italiane. O meglio: è quello che si vuole fare alle carceri italiane.
Direzioni Generali e direttori svuotati: cosa cambia davvero - Una bozza di decreto ministeriale - non ancora legge, ma già abbastanza concreta da allarmare chi lavora dentro quegli istituti ogni giorno - prevede di ridisegnare l’Amministrazione Penitenziaria affidando le nuove Direzioni Generali, quelle che comandano davvero su logistica, tecnica e operazioni, esclusivamente alla polizia penitenziaria. Il direttore del carcere - quello che per legge è il capo dell’istituto, il garante dei diritti di chi è detenuto e di chi lavora - diventa, nelle parole di chi lo denuncia, un “passacarte logistico”. Un uomo svuotato. Una firma senza potere. Qualcuno, nei corridoi del potere, ha deciso che il carcere deve diventare un posto di sola custodia. Che la rieducazione - quella parola scomoda che sta scritta nell’articolo 27 della Costituzione - è un lusso che non ci si può più permettere. Che contano i muscoli, non la legge. Che conta l’ordine, non la giustizia.
Bisogna dire una cosa che si dice poco, perché non conviene dirla. Il contratto negato e la disparità tra dirigenti - I direttori penitenziari italiani aspettano il loro primo contratto di categoria dal 2005. Duemila e cinque. Sono passati vent’anni. Vent’anni in cui hanno governato le prigioni più difficili d’Europa - il 41-bis, i terroristi, i boss mafiosi, le celle sovraffollate, le rivolte - con le norme della dirigenza della Polizia di Stato cucite addosso come un vestito non loro. Vent’anni in cui nessun governo, di nessun colore, ha trovato il tempo di riconoscere il loro lavoro con un contratto degno di questo nome. Nel frattempo, per i vertici della polizia penitenziaria, le carriere dirigenziali si sono aperte come portoni spalancati. Senza concorsi che pesassero. Senza attese che logorassero. Questo si chiama disuguaglianza. E la disuguaglianza, quando abita dentro le istituzioni, si chiama con un altro nome: ingiustizia.
GOM, 41-bis e il rischio di una gestione solo muscolare - C’è poi la questione del GOM, il Gruppo Operativo Mobile, quello che gestisce i detenuti al 41-bis - il regime speciale, quello duro, quello che si applica ai boss che ancora comandano dall’interno delle celle. La bozza di decreto lo mette alle dipendenze di una Direzione Generale della Polizia. Come se gestire il 41-bis fosse solo una faccenda di muscoli e manganelli. Come se non fosse, invece, una delle materie giuridicamente più delicate che lo Stato italiano si trova a maneggiare. Come se bastasse la divisa, senza la cultura del diritto. Come se la legalità fosse un optional. Chi ha vissuto gli anni in cui questo Paese ha sconfitto il terrorismo e ha incrinato i codici di Cosa Nostra lo sa: non lo si è fatto con la sopraffazione, ma con la responsabilizzazione. Con il diritto usato come strumento di civiltà. Con direttori che entravano nelle celle e parlavano. Che trattavano l’essere umano come tale, anche quando quell’essere umano aveva fatto cose orribili. Quella stagione ha prodotto sicurezza vera. Non la caricatura della sicurezza che si vende oggi nei comizi.
Gli invisibili delle carceri: chi sono e cosa rischiano - E poi ci sono gli invisibili. Quelli di cui non parla nessuno, mai. Gli esperti informatici del DAP. I funzionari contabili. I tecnici edili. Gli ingegneri. Gli architetti. Gli assistenti amministrativi. I funzionari giuridico-pedagogici. Tutta quella filiera umana e professionale senza cui un carcere non apre un cancello, non paga uno stipendio, non tiene in piedi un muro. Anche loro bloccati. Anche loro ibernati in contratti umilianti. Anche loro, di fatto, impossibilitati a cambiare amministrazione - sequestrati, scrive il Coordinamento, “sul posto di lavoro”. Uno Stato che tratta così i propri dipendenti non può pretendere di essere uno Stato serio.
Verso un modello sudamericano? La denuncia della dirigenza - Enrico Sbriglia, coordinatore nazionale della Dirigenza Penitenziaria, firma questo documento con la chiarezza di chi non ha più niente da perdere a dire la verità. E la verità è questa: si vuole trasformare il carcere italiano in qualcosa che assomiglia alle prigioni sudamericane - lo scrive lui, non lo scrivo io - mentre si smonta pezzo per pezzo l’architettura civile e costituzionale che tiene insieme custodia e rieducazione, sicurezza e diritti. Non è una riorganizzazione. È una resa.
Il carcere riguarda tutti: una scelta di civiltà - Chiedo a chi legge di non girare la testa dall’altra parte pensando che il carcere non lo riguardi. Il carcere riguarda tutti. Riguarda il tipo di Paese che siamo e il tipo di Paese che vogliamo essere. Riguarda se crediamo ancora che la pena serva a restituire alla società degli esseri umani capaci di viverci, o se preferiamo semplicemente nasconderli finché possiamo e dimenticarli. L’articolo 27 della Costituzione non è una concessione. È una scelta di civiltà che questo Paese ha fatto dopo aver conosciuto il fascismo. Cancellarla con una bozza di decreto, in silenzio, senza dibattito, senza voce, sarebbe una vergogna. Sarebbe, semplicemente, una vergogna.











