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di Alberto Cisterna

Il Riformista, 12 aprile 2024

In un paese in cui il codice penale non riesce a impedire scandali e mascalzonate, è davvero buffa l’idea di rispolverare il vecchio arnese del codice etico per porre rimedio ai guasti di una classe politica, a tratti, palesemente inadeguata. L’armamentario dei codici etici appartiene a un tempo passato quando ancora si riteneva che precetti morali e collegi di probiviri potessero arginare la tendenza di taluno a occuparsi di affari o imbrogli vari. Poi è impattata sul problema la stessa magistratura, con lo scandalo Palamara, e l’esperienza dei probiviri dell’Anm ha suscitato perplessità e incertezze non essendo apparso uno strumento del tutto convincente. Se le stesse toghe hanno avuto difficoltà a destreggiarsi con condotte penalmente irrilevanti e asseritamente in contrasto con l’etica associativa, c’è da immaginarsi cosa accada o possa accadere altrove. È intuitivo che la questione sia molto più complessa e si avvertono in filigrana gli scricchiolii di una visione del mondo, di una cosmologia e di un’antropologia insieme, che non tengono il passo di una modernità dissolvente.

L’ultimo tentativo - La diluizione dell’etica repubblicana, l’attenuazione dei vincoli consociativi, l’affievolimento dei legami entro le formazioni sociali (partiti e sindacati, tra i primi) hanno comportato il progressivo svilimento di uno strumento - il codice etico, appunto - nato sulle ceneri di Tangentopoli, e tenuto in vita per qualche anno, che si voleva proporre come un rimedio autogestito in grado di mitigare comportamenti disdicevoli e conflitti d’interesse di aderenti e adepti. Insomma, l’idea era anche di un certo pregio: si eviti che sia sempre la magistratura a intervenire e, piuttosto, si controlli dall’interno quel che accade imponendo comportamenti “eticamente” corretti e comminando sanzioni. Forse quello è stato l’ultimo tentativo per difendere l’autonomia e il prestigio alle formazioni sociali che sono l’intelaiatura della Repubblica (articolo 2 Costituzione) e la cui “moralità” è interesse dell’intera società a prescindere da qualsiasi appartenenza associativa. Se i corpi intermedi sono eticamente fuori controllo a essere compromessa è l’intera vita delle istituzioni e la legalità dell’azione pubblica cui essi concorrono attraverso una miriade di rivoli.

Il mancato punto di svolta - Lungo questa traiettoria il codice etico avrebbe dovuto segnare un punto di svolta e un argine all’azione, naturalmente pervasiva, della magistratura che - dal finanziamento illecito dei partiti alla P2, dall’azione di Confindustria in Sicilia alla gestione dei patrimoni dei partiti - aveva perfettamente compreso la natura potenzialmente eversiva di formazioni sociali fuori controllo e aveva rimodellato l’applicazione di molti reati (appropriazione indebita, falso in bilancio, traffico influenze sino all’immancabile associazione per delinquere) proprio per far fronte all’inerzia disciplinare delle corporazioni. È sotto gli occhi di tutti che lo strumento è abortito e che la stagione dei “codici etici” è tramontata da un pezzo. Ma non senza conseguenze negative. In primo luogo, l’etica, e quel che essa rappresenta, si è da tempo trasferita dal piano delle condotte degli aderenti a quello penale, connotando l’azione dei pubblici ministeri di un disvalore morale del quale doveva restare totalmente priva. La gogna mediatica, in questa traslazione, non è stato solo un effetto secondario o un danno collaterale, ma ha rappresentato la manifestazione stessa della nuova azione etico-penale affidata alle toghe. Simul stabunt simul cadent, come i più furbi ben sanno.

La riscoperta della questione morale - Senza il ludibrio fiammeggiante della stampa la componente etica del controllo giudiziario si sarebbe dispersa irrimediabilmente, trasformando il processo penale in un mero agone laico e tecnico, scevro di preconcetti e precomprensioni morali. Quindi l’aborto dello strumento non ha solo comportato l’evaporazione e l’evanescenza dei controlli inframurari nei corpi intermedi, ma ha conferito all’indagine penale una legittimazione etica che non le poteva e le doveva appartenere per statuto costituzionale. Secondariamente, la brusca riscoperta della questione morale nei partiti e nelle altre formazioni sociali di cui si discute animatamente in questi giorni, vede i corpi intermedi di nuovo disarmati, privi di qualsiasi strumento efficace e sta provocando una escalation istituzionale che è ragionevole ritenere che debba essere prudentemente arginata.

Un percorso insidioso - Le polemiche sulla gestione della pandemia, il clamore per la scoperta del dossieraggio all’interno della Procura nazionale, le vicende elettorali baresi e quelle piemontesi evidenziano - anche - deficit comportamentali e inciampi etici per i quali quasi all’unisono si è richiesto o invocato la costituzione o l’intervento di apposite commissioni parlamentari nel tentativo di canalizzare per quella via le istanze di verifica sulla correttezza e compostezza delle condotte. Un percorso insidioso e dagli effetti imprevedibili. Se le aule parlamentari, le commissioni d’inchiesta in particolare, assumono il ruolo di nuovi censori dell’etica pubblica e si ergono a moderno palcoscenico dell’agone giacobino il rischio è che - al mutare delle maggioranze politiche - si attuino ritorsioni e vendette devastanti per i cittadini quanto le indagini penali. La presunzione d’innocenza è un baluardo assoluto e un valore che permea tutto l’ordinamento repubblicano in quanto riverbero della dignità della persona umana e della sua inscalfibile densità assiologica. Se la morale pubblica diviene un terreno di contesa da spartire tra magistratura e politica e se le istanze di controllo dei comportamenti ambiscono a emulare le movenze del processo, non è detto che la nuova diarchia sia meno pericolosa e nociva del monopolio giudiziario (F. Sgubbi, “Il diritto penale totale”), soprattutto nel momento in cui si realizzano obliqui travasi o le sofisticate sinergie e le parallele convergenze di cui si è avuto una qualche traccia negli ultimi tempi.