di Nino Di Girgenti*
Ristretti Orizzonti, 15 dicembre 2023
La vita al di fuori delle mura l’avevo solo immaginata, sognata, desiderata. Viverla però è un’altra storia. È una quotidianità fatta di tutte quelle altre cose che il carcere ti toglie ed è incredibilmente complicata e fantasmagorica a detta di un bimbo. Una quotidianità che inizia alle luci dell’alba e dal carcere mi porta a Casaltone di Sorbolo, 12 km di vita inseguiti sui pedali della mia bici, col sole, la nebbia, il freddo, la pioggia, il gelo. Non ho paura degli eventi della Natura ed ho anche imparato a non aver paura delle persone.
Ho conosciuto anche quelle nei miei viaggi verso Casaltone, persone che mi hanno consigliato, dato il buon giorno, mandato a fare in culo. Nei primi giorni dei miei viaggi un agente di polizia mi ha consigliato di percorrere la pista ciclabile, un buon consiglio per viaggiare sicuro. Una visione diversa della “divisa”, la mia, un insegnamento appreso per dire che oltre la divisa c’è sempre un’umanità e che nulla deve essere dato per scontato, nemmeno il pregiudizio.
Già, un nuovo vocabolo da inserire nella mia agenda: “Umanità”, insieme a “pista ciclabile” e “pregiudizio”. Si parte! Adesso posso percorrerla, la pista ciclabile, pedalando e osservando il panorama che mi accompagnerà da oggi in avanti. Ad ogni alba e ad ogni tramonto nel mio viso si allarga un bagliore vivo che va oltre la felicità. Alzo spesso gli occhi al cielo durante il giorno, mi piace sentire addosso il calore del sole, vederne la gamma di colori dal rosso al giallo all’arancio, ai colori infiniti che il cielo mi offre. Che meraviglia il sole che splende. Mi sento più forte del freddo e della nebbia, della terra ghiacciata e dura. Mi sento libero. Uscire con le mie gambe mi ha dato una sensazione indescrivibile, quasi disumana. Giuseppe e Giada dovevano accompagnarmi quella mattina di settembre per presentarmi ai titolari dell’azienda dove avrei lavorato. Già, dove avrei lavorato. Fino a qualche giorno fa ero rinchiuso all’interno di una sezione carceraria di alta sicurezza e oggi sono qui davanti alla fermata del bus in attesa che vengano a prendermi e intanto osservo le macchine che mi passano davanti, ignaro di quale auto si tratti, sembrano tutte uguali. Una delle cose che ho smarrito in carcere è la capacità di riconoscere in che modo il mondo è cambiato anche attraverso le auto. Sembrano diverse anche le persone, diverso è anche il modo in cui camminano, in cui comunicano. Come facciano a digitare lo smartphone senza guardare dove mettano i piedi è un mistero. Per me è rassicurante che nessuno mi osservi. Forse qualcuno avrà pensato che sono un carcerato, ma penso che a nessuno importi di chi sono o che cosa ci faccio lì. Arriva l’auto che mi porterà a Casaltone. I miei accompagnatori mi spiegano tutto con cura di dettagli. La loro voce è cordiale come i loro gesti. Giuseppe lo conosco da una vita e so che la mia felicità è da lui condivisa. Giada invece la conosco da qualche anno, lei è una bellissima creatura, e il lavoro che fa sembra esserle cucito addosso. Dopo qualche minuto giungiamo alla mia nuova destinazione. A Casaltone mi aspettano Emma e Chiara, conoscerò anche Monica, Sanà e Anna. È un bel posto per lavorarci. Una piccola azienda, ma ben organizzata. Scruto con lo sguardo tutto intorno, più tardi farò un giro. Sono tutte donne quelle che vi lavorano e già questo è confortante; sono donne tutte di un pezzo, indipendenti e qualificate. Osservandole sto imparando molto da loro, sto imparando ad amministrare la cordialità e la gentilezza, Emma e Chiara in questo sono uniche e non solo perché sanno fare bene il loro lavoro, questa è una sensibilità innata, puoi costruirtela attraverso l’impegno sociale, ma certe cose vengono da dentro. “Cordialità” e “accoglienza” questi altri due vocaboli che ho scritto nella mia agenda. Quel primo giorno di lavoro ho saputo che il soprannome che mi avevano affibbiato era il Messia, perché mi attendevano da tanto e non arrivavo mai. “È tutta colpa del traffico” avrebbe detto Paolo Bonacelli nel film “Jonny Stecchino”. Il Messia è arrivato, adesso tra i miei compagni di lavoro da oggi in poi ci saranno queste magnifiche donne e anche vanghe, zappe e trapiantatori. Qui ho imparato altri termini nuovi: ho imparato da Anna che “diserbare” vuol dire estirpare le erbacce con le mani. La mia idea di diserbo era diversa. Ho anche una divisa di lavoro. Degli abiti di color grigio con lo stemma del cigno verde. Questo da oggi è il mio nuovo clan, per usare un termine tanto di moda negli scout. Ho anche la pausa pranzo. Pensandoci bene non ho mai avuto una pausa pranzo e non ricordo sia mai entrata nel mio dizionario linguistico. Però ho voluto sperimentare il senso della parola “pausa”. Non faccio nulla di straordinario, mi godo solo qualche minuto di assoluta libertà in un angolo libero dell’azienda. È un modo, che ho sperimentato qui, di fermarmi per pensare, per riempirmi gli occhi di tutto quello che mi circonda, un modo per concedermi uno spazio solo per me e per fare qualcosa della quale sentivo un estremo bisogno, in realtà è un privilegio tutt’altro che ordinario. Pochi minuti ogni giorno almeno, per consumare un panino, è un’iniezione intramuscolare e me la sono imposta come salvavita. Che sia un tramonto, un disco, o un ghiacciolo al limone, importa poco. Quel che conta è che ci sia. Così tutto ritorna, se non meraviglioso, almeno sopportabile. Poi ho sperimentato il piacere di condividere il pasto con le mie collaboratrici. Sembriamo un gruppo di amici di vecchia data per l’ultimo scorcio di estate, in una bella cascina emiliana affacciata sulla bassa. Il ritmo è dolce: la mattina trascorsa a lavoro, alla pausa caffè qualche biscotto per rendere meno amara la giornata, conversazione, la tavola sotto il porticato un pasto veloce e infine un buon ritorno al lavoro. Quelle cose, sapete, che fanno impazzire chi vive in città. Nei giorni che scorrono velocemente ci piovono dal cielo almeno un paio di idee, non ve le dico, sono da brevettare! Non è detto che se ne farà qualcosa. Poco importa. A quanto pare le buone idee arrivano dalla pienezza della vita e dalle relazioni. Per avere buone idee si deve vivere, e sembra facile. Vivere, per un essere umano, è dividere il pane con qualcun altro. Per dividere il pane si deve essere commensali. E ci si deve volere bene.
Ho anche conosciuto, grazie a Emma e Chiara, la disabilità, non la mia, ma quella di 10 meravigliosi ragazzi e ragazze del progetto “Nontiscordardime”. Ho sempre cercato di venire a patti con il dolore, il mio e quello altrui, qui ho trovato altro, sono entrato in empatia con loro ed ho scoperto che c’è molto altro nella vita su cui riflettere. L’incontro con loro mi ha fatto riconsiderare la mia identità, il significato della sincerità, il linguaggio, la decisione morale. Ho scoperto attraverso questa incredibile esperienza che non è possibile una cultura senza altruismo.
Ripenso spesso ai miei ventotto anni e mezzo di reclusione, non per nostalgia di quei giorni. Ciò che mi viene in mente è il fatto che la verità in quegli anni era legata al silenzio, alla riflessione, alla pratica della scrittura. Il discorso era una pallida e improvvisata imitazione della conversazione. Adesso mi piacerebbe vivere in modo diverso. Mi piacerebbe conquistare un tipo di libertà più completa di quella che ho attualmente, mi piacerebbe vivere cose semplici in grado di cambiare tutto, di cambiare me stesso. In tutto questo tempo di prigionia ho assimilato profondamente molte cose, talmente tante che sono quasi diventate parti integranti di me. Adesso voglio solo lasciarmi alle spalle le influenze inutili del carcere e individuare delle alternative. Mi piacerebbe osservare e cambiare completamente le mie sensazioni, come se mi tirassero via tutto il sangue e ne mettessero dell’altro al suo posto. E vorrei continuare ad ammirare tutte quelle cose che sono estranee ai miei gusti, perché ho semplicemente bisogno di nuova linfa, di nuovo nutrimento, di nuove aspirazioni. E perché mi piace ciò che non mi somiglia, mi piace imparare quel che è diverso da me o che non conosco. La vita, ho imparato, ha sempre qualcosa da darti. Octavio Paz, scriveva: “In una poesia l’essere e il desiderio di essere vengono a patti per un istante, come il frutto e le labbra”.
“Essere” e “desiderio”, altri due vocaboli da inserire nel mio dizionario. Il linguaggio è meraviglioso perché ci offre termini positivi o negativi per descrivere le stesse cose. Penso per esempio che sono stato innamorato raramente, ma ogni volta che mi è successo è stato qualcosa di duraturo, che poi si è concluso – nella maggior parte dei casi - con un disastro. Quando dico di essere stato innamorato, intendo dire che ho vissuto insieme a una persona: abbiamo abitato insieme, siamo stati amanti, abbiamo condiviso tante esperienze. Ho sempre amato vivere vite diverse e continuare ad avere la libertà di crescere, di cambiare e di andarmene se ne avevo voglia. Per questo dico che a un certo punto è necessario scegliere tra Vita e Progetto quando puoi farlo, quando non ti è concesso, invece, scegli ciò che è meglio per te e non é detto che la scelta che fai sia quella giusta. La vita ci insegna che ci sono sempre persone che cadono, si ritrovano su una china e poi cominciano a scivolare. Bisogna stare con i piedi per terra, perché la vita è molto complicata. E bisogna crearsi un proprio spazio, pieno di ascolto e di affetti. Io l’ho sempre avuto. La mia famiglia è stato il mio spazio vitale. Se sono giunto qui è anche grazie alla loro forza, al loro coraggio, alla loro resistenza. Non è stato facile per loro, ne sono consapevole. Ventotto anni di carcere li hanno vissuti anche loro, in modo diverso ma la loro vita è stata complicata. Oggi li sento molto più sereni. La loro presenza è viva, è visibile, è presenza. Non riesco ad immaginare una vita senza di loro.
Non è semplice essere capaci di amare con tranquillità, di sperare senza autoinganno, di agire con coraggio, di assolvere a compiti ardui con limitate risorse di energia. Ma ci provo, ogni giorno della mia vita. E mi piace il silenzio trasparente attraverso cui l’altro mi può vedere.
*Redazione di Ristretti Orizzonti Parma










