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di Franco Insardà

Il Dubbio, 23 settembre 2024

Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, fondatore e presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, una delle più importanti scuole di psicoterapia in Italia, ha una grandissima esperienza e un osservatorio privilegiato sull’evoluzione della malattia mentale in Italia. “Bisognerebbe offrire assistenza psicoterapeutica alle famiglie in difficoltà, fin dal primo manifestarsi dei problemi dei ragazzi. Questa sarebbe la prevenzione per gli adolescenti la risposta farmacologica con antidepressivi non serve a nulla. Spesso i giovani lanciano dei segnali di aiuto evidenti sui quali bisogna intervenire”.

“Negli ultimi tempi è in atto un forte cambiamento, legato all’aumento di piattaforme online, attraverso le quali si possono raggiungere tantissimi psicoterapeuti nelle situazioni più varie. Oggi esiste un consistente numero di persone, soprattutto al di sotto dei 50 anni, che chiede aiuto agli psicoterapeuti online, invece di andare dal medico a chiedere dei farmaci”.

Professor Cancrini, Franco Basaglia diceva: “La società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. “Oggi la malattia mentale è accettata dalla società?

In qualche modo sempre di più. Dal secondo dopoguerra, iniziò a manifestarsi anche in Italia un sentimento di inadeguatezza della struttura psichiatrica custodialistica. Negli anni 60 Basaglia cominciò a fare le sue esperienze e, anche grazie alle campagne dell’Espresso e ai servizi di Sergio Zavoli e altri, nell’opinione pubblica crebbe l’idea che le persone con un disturbo psichiatrico potessero essere curate. Un passaggio decisivo fu appunto la legge del 1978, perché l’assistenza psichiatrica rientrò a pieno titolo all’interno della sanità, mentre prima era affidata alle Province ed era vista come un’attività caritatevole, al pari degli orfanotrofi. Da allora c’è stata una moltiplicazione di servizi sanitari nel territorio. Le faccio solo un esempio: a Roma, prima della riforma sanitaria, esisteva un unico Centro di Salute Mentale, che serviva sia la città che la provincia. Con la riforma se ne aprirono 54, un numero senz’altro insufficiente, ma si cominciò a prendere coscienza del fatto che il diritto alle cure e alla salute riguardasse anche i pazienti psichiatrici. Una sorta di rivoluzione che ha avuto altri effetti?

Dopo l’introduzione della legge Basaglia, grazie soprattutto all’impegno di Adriano Ossicini, sono stati istituiti dei corsi di laurea in psicologia e successivamente, intorno agli anni 90, le scuole di psicoterapia: oggi sono circa 500 in Italia e le facoltà in cui si insegna psicologia sono moltissime. Pensi, solo a Roma ci sono 6 di corsi di laurea. Segno che ha preso piede l’idea di dover curare chi sta male. Nel 2017 la psicoterapia è entrata nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) e negli ultimi anni è arrivato il bonus psicologo.

Cosa c’è che non va?

Parliamo di un sistema incompleto sul fronte della prevenzione, assolutamente deficitario per la giustizia penale. Le carceri non hanno una reale assistenza psicologica e psichiatrica, perché quella esistente è di fatto inconsistente, come dimostrano i tanti suicidi e il malessere di tutta la popolazione penitenziaria. Stessa situazione negli Istituti penali per minorenni. Parliamo di condizioni nelle quali la devianza tocca la soglia del reato, la capacità di accettarla è molto minore e siamo terribilmente indietro per quanto riguarda il diritto di essere curati. La gran parte dei comportamenti violenti sono legati a problemi di psicopatologia e siamo molto indietro. Questo sì.

Oltre al pregiudizio e allo stigma nei confronti dei malati, c’è un rifiuto anche ad accettare la malattia?

Oggi questo dipende molto dalla gravità del disturbo. Nel caso di pazienti con un disturbo psicotico, permane una difficoltà a essere accolti da tutti. Quelli che hanno situazioni meno drammatiche e mantengono un contatto con la realtà, sono oggetto di cura e, quindi, esiste un’attenzione nei loro confronti. Invece, nei confronti delle persone affette da tossicodipendenza e da ludopatia, il pregiudizio morale è tendenzialmente più forte rispetto alla capacità di comprendere le difficoltà che ci sono dietro. Io divido la psicopatologia in tre grandi aree.

Quali?

L’area psicotica, difficile da accettare da tutti senza pregiudizio. L’area borderline, con tutti i disturbi e le dipendenze, dalla droga al gioco d’azzardo, ai disturbi alimentari e altro, che è più facilmente accettabile, anche se permane un certo grado di pregiudizio. Infine l’area nevrotica, ampiamente riconosciuta come qualche cosa che deve essere curata.

In quest’ultimo caso c’è ancora la tendenza del paziente a ritenere di potercela fare da solo, senza l’aiuto dello psicoterapeuta?

C’è un cambiamento dovuto all’utilizzo di portali online di psicoterapia. Le posso citare una piattaforma che conosco, si chiama “Uno bravo”, che ha 5.000 terapeuti. Se consideriamo che ognuno può seguire in media dalle 10 alle 15 persone siamo di fronte a un numero molto grande di pazienti volontari, che si rivolgono sia online sia allo studio dello specialista. I portali sono tanti e la loro crescita forte è documentata sul piano economico. “Uno bravo” è nata a Napoli con l’idea di offrire un aiuto agli italiani all’estero, era una start-up che poi è stata acquistata da capitale americano.

Che tipo di aiuto si chiede maggiormente?

Soprattutto di tipo psicologico. Il fatto che ci si rivolga allo psicoterapeuta, piuttosto che allo psichiatra, è un fatto positivo. Lo psichiatra, infatti, viene percepito come uno che giudica il comportamento, mentre lo psicoterapeuta come uno che lo comprende.

In questo il Covid ha inciso?

Moltissimo, perché ha enormemente aumentato le attività che si svolgono online, che sono importanti in psicoterapia. Potersi mettere in contatto tramite un computer, invece di cercare lo specialista, prendere appuntamento, spostarsi rende tutto più semplice. Anche per chi vive in luoghi in cui la risposta psicoterapeutica è meno presente. Alcuni allievi della nostra Scuola hanno pazienti in Costa Rica altri in paesini sperduti. La tecnologia sta svolgendo una funzione sociale notevole.

Insomma sta cambiando l’approccio rispetto a qualche anno fa, quando ci si rivolgeva al medico per qualsiasi patologia entro pochi giorni, mentre per un malessere psichico la richiesta di un sostegno specialistico avveniva anche dopo anni?

Secondo me sì. Naturalmente dipende dalle fasce di età e anche dalla condizione culturale di base. Però per fortuna, dal momento che la preparazione culturale aumenta, ci si rivolge più tranquillamente alla psicoterapia.

La chiusura dei manicomi prima e degli Opg poi, è stata un passo importante, ma non crede che oggi ci sia una involuzione con le residenze assistenziali e con i tanti detenuti in carcere invece che nelle Rems?

Sono due aspetti sicuramente importanti. Il primo è che al posto degli ospedali psichiatrici ci sono tante comunità psichiatriche, tutte private, che ospitano i pazienti anche per tempi molto lunghi. I numeri non sono quelli degli ospedali psichiatrici, ma la differenza fondamentale è che si tratta di luoghi dove sono curati, i familiari possono andare a trovarli, e, se stanno meglio, possono uscire. Non vengono, quindi, rinchiusi e basta.

E le Rems?

La risposta è molto debole per le persone che vivono sul quel crinale tra comportamenti psichiatrici e delinquenziali. All’amico Ignazio Marino, all’epoca della sua giusta battaglia per la chiusura degli Opg, dissi che bisognava avere delle valide alternative. Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza sono una alternativa importante, ma debole e insufficiente rispetto al numero delle persone. C’è un altro aspetto da segnalare. C’è una contraddizione abbastanza drammatica tra i discorsi che si fanno oggi, anche a livello governativo, sulla necessità di favorire l’invio in comunità terapeutiche dei detenuti tossicodipendenti e la mancanza di fondi delle Asl da destinare a queste strutture. Sto seguendo un uomo che è stato in carcere per quasi un anno in attesa di poter andare in comunità, finalmente ci siamo riusciti. Il problema è che doveva andare a curarsi un anno fa. La cosa assurda è che il carcere non costa meno della comunità, anzi di più. Ero direttore scientifico della comunità terapeutica Saman. Nei primi anni 2000, da una nostra ricerca sui detenuti che avevano scontato la pena in comunità, emerse che a distanza di cinque anni le ricadute in termini di tossicodipendenza o di reati erano molto bassa. Cioè uscire dalla comunità o dal carcere significa avere avanti a sé un destino diverso. E i dati sulla recidiva sono chiari: 20% contro l’80%.

Esiste, quindi, una responsabilità politica?

Le politiche degli ultimi 20 anni sono state disastrose. Gli ultimi grandi sforzi per far crescere questo tipo di risposta risalgono ai governi Prodi, D’Alema e Amato, con Livia Turco alle Politiche sociali, Giorgio Napolitano agli Interni e Rosy Bindi alla Sanità. Dopo c’è stato il disastro con i governi successivi e ora è tutto fermo.

Per i giovani la situazione è davvero difficile: servirebbe la prevenzione psicologica?

Bisognerebbe offrire assistenza psicoterapeutica alle famiglie in difficoltà, fin dal primo manifestarsi dei problemi dei ragazzi. Ed è importante che sia una risposta nei confronti di tutta la famiglia. I ragazzi che si tagliano, ad esempio, esprimono un disagio e lanciano dei segnali di aiuto evidenti sui quali bisogna intervenire entrando nello specifico di quella situazione familiare, per aiutarli a risolvere il disagio. La risposta farmacologica con antidepressivi non serve a nulla. La prevenzione è fatta di un intervento corretto rispetto alla prepotenza della psicofarmacologia. La psicoterapia dovrebbe aiutare i nuclei familiari ad affrontare la malattia. Questa è la vera prevenzione per gli adolescenti in difficoltà.

Così si potrebbero evitare episodi molto tragici come quello di Paderno Dugnano?

Sicuramente sì. Quel ragazzo ha avuto un esordio psicotico, era circospetto, un po’ chiuso e i segnali del suo disagio erano più difficili da cogliere.