sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Domenico Quirico


La Stampa, 14 febbraio 2022

 

Mosca ne approfitta, sa che rischia poco dalle sanzioni. E gli ucraini non si fidano: l'Occidente ci abbandona. Che cosa è rimasto della deflagrazione dell'agosto dello scorso anno a Kabul, della indecente ritirata americana lasciando dietro armi e bagagli, ovvero trenta milioni di esseri umani? Apparentemente nulla. Spente le accuse e le recriminazioni, sì ogni tanto di fronte a qualche eccesso talebano il ricordo brucia ancora le labbra, anche in America le polemiche per la ritirata fanno la muffa nella penombra delle cose da non dire. La sconfitta come tutte le sgradevoli verità non suscita primati di popolarità. E poi adesso si parla di guerra in Europa, il Donbass, le pianure ucraine così secolarmente spalancate agli invasori: gli unni, i mongoli, i barbari, i russi versione putiniana.

Diamine! Rifiutata, ricusata, vituperata e archiviata, la guerra nel vecchio continente benpensante e soddisfatto rifiorisce con le sue sporadi e i suoi fermenti. E può insanguinarci più liberamente. Ma non ci avevano garantito nel 1989 che... altro che Afghanistan! Lì della guerra si poteva parlare in modo cerimonioso, srotolando spirituali questioni geopolitiche: appunto perché era lontanissima. A qualche centinaio di chilometri da Vienna o Trieste è tutt'altro che un tropicalismo. Ci prende il panico, entriamo in un circolo vizioso.

Anche perché a spazzar via le rare obiezioni che chiedono di percorrere silenziose e appartate vie diplomatiche, farfugliate solo da Parigi e Berlino (a proposito non c'è qualcosa che ricorda lo scenario che precedette la seconda guerra irachena?) a alzare i toni e a far chiasso, a garantire, parola della Cia, che la guerra ci sarà sono proprio gli americani. Hanno fissato perfino la data dell'attacco russo. Le loro previsioni funeste tuonano, ci assordano, si riempiono senza requie la bocca della sacrilega parola guerra e sembrano aver perso il senso della misura.

E se le premesse dell'incubo ucraino fossero state fissate proprio nella remota Kabul? Gli encomiasti dell'americano impero riluttante forse non ne hanno tenuto conto. Ma non è stato proprio lì, in un Paese devastato, dove tra le rovine nonostante gli americani si sono reinsediati i più delinquenti, i più fanatici, che si è rivelata una mutazione forse essenziale nei rapporti di forza, se non addirittura una rivoluzione nell'idea stessa di chi va considerato forte e di forza? Questa era stata la intuizione immediata, a caldo, se volete da spettatori planetari, di quella incredibile sconfitta che consegnava al nemico un popolo a cui l'Occidente aveva garantito, giurato aiuto e protezione. Dall'oggi al domani la superpotenza si era scoperta nuda, fragile, egoisticamente vile e soprattutto lo aveva ammesso. Tutto andava per aria. Il potere devastatore si era rivelato inutile, perché si abbassava a fare calcoli e si raggrinziva.

A Washington e in Occidente abbiamo interpretato, manipolato, disinfettato il cattivo esempio. Altri invece hanno iniziato a riflettere. Se è accaduto a Kabul perché quella folgorante manifestazione di impotenza e di rassegnazione non potrebbe estendersi ad altri luoghi dello scacchiere mondiale? E se fosse venuto il momento di costringere gli americani a metter le carte sul tavolo per vedere se dispongono ancora di re ed assi o solo di scartini? Putin è, forse, tra costoro. Anche perché al contrario degli scalcinati taleban in ciabatte custodisce negli arsenali i missili e le bombe che fino a qualche tempo fa rendevano la Guerra, quella definitiva e apocalittica, impossibile. Davvero l'accasciato Biden, che cerva di restare a galla in una democrazia emotiva che ancora per metà lo ritiene un presidente baro e illegittimo, sarebbe disposto (o meglio, avrebbe il consenso necessario) per chiedere ai ragazzi americani di morire per Karchov? Il minaccioso chiasso della Casa Bianca in questi giorni ha un odore acuto di labilità nervosa, emanata da animi irresoluti.

Gli Stati Uniti del terzo millennio non assomigliano forse alla Gran Bretagna dell'inizio del Novecento, alla vigilia (diamine!) della Grande Guerra? Ovvero una potenza apparentemente intatta ma che comincia ad accorgersi, con angoscia, dei segnali del declino economico e geopolitico; mentre nuove potenze in ascesa, la Cina con l'economia, la Russia con gli arsenali e i mercenari, sono impazienti di afferrare la loro parte di bottino? Ancor più rapidamente che per l'impero britannico la posizione di primato mondiale si è dimostrata per loro logorante. La presidenza incerta, visibilmente e umanamente senescente, di Biden scolpisce con amara evidenza una condizione che neppure il mito di una tecnologia militare, apparentemente gratuita e onnipotente, può correggere.

Un primo esempio, e ancora non si era sopraffatti dallo choc afghano, è stata la Crimea: retrocessa nel dimenticatoio, accettata come fatto compiuto al modestissimo prezzo, per Putin, di sanzioni che nella storia non hanno mai fermato nessun prepotente. Semmai offerto un velo alla impotenza degli ipocriti. Dunque si può tentare di mordere un sopruso più grande: l'Est della Ucraina, russofilo e forse filorusso. La fata bellicosa di una annessione? Forse no, semmai un mezzo per imporre a Kiev e all'Occidente la finlandizzazione di Kiev, altro dimenticato congegno della Guerra fredda che dovremmo ripassare: ovvero una specie di neutralità, una anchilosi che lascia margini di auto governo ma con linee e obblighi in politica estera che non si devono mai superare. Dove più che le cose dette pesano le reticenze. In fondo l'Ucraina con i suoi oligarchi miliardari e corrotti e dove i leader dell'opposizione che rischiano processi e galera non assomiglia più ai vizi della democrazia autoritaria di Mosca che all'Occidente?

Putin sa già che, qualunque sarà la sua mossa, non rischia molto: le pesantissime sanzioni, l'unica replica annunciata da Biden all'invasione. Consistono in una scomunica del sistema economico e bancario russo e una sorta di deconnessione finanziaria sul modello di quella applicata all'Iran tra il 2012 e il 2018 (che non ha strangolato gli ayatollah). Non abbastanza per spaventare Putin che ha nel frattempo ridotto la quota del dollaro nelle riserve russe e creato un sistema autarchico di trasferimento tra banche e imprese.

Nel montare della angoscia e degli annunci di guerra i più tranquilli, o rassegnati, sembrano proprio gli ucraini. Conoscono bene i russi. E hanno imparato a conoscere il blah blah astratto degli occidentali. Che promettono sempre molte cose, entrare nell'Unione europea, lo scudo della Nato, e poi non mantengono mai le promesse. Loro, sì, hanno letto la lezione di Kabul. Nessuno, se e quando verrà il momento, li difenderà davvero.