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di Alessandro Trocino

Corriere della Sera, 2 ottobre 2026

Sembra paradossale, se non proprio assurdo, associare il diritto alla privacy ai detenuti, rinchiusi in una cella con altri sconosciuti e costretti a fare di tutto - mangiare, dormire, evacuare -, davanti a loro e agli agenti di custodia. Eppure quello alla privacy è un diritto umano inviolabile, che si applica a tutti gli esseri umani. A meno di non voler ritenere che entrando in carcere si perda la qualità di uomini e donne, va dunque garantito. Naturalmente, a volte i diritti si trovano in conflitto con altre esigenze di pari livello. Per esempio, la sicurezza e la giustizia. Per questo, l’ordinamento prevede la possibilità per le forze di polizia di compiere ispezioni e di installare telecamere e microspie all’interno delle celle. Non come potere assoluto, arbitrario, ma soltanto in presenza di esigenze investigative e solo per un periodo limitato.

Il caso di Pisa, dove c’è stata una rivolta dopo che i detenuti hanno trovato alcune “cimici” nelle celle e hanno reclamato il loro “diritto a non essere spiati”, va inquadrato anche in questa logica. Diciamo “anche”, perché tra le ragioni della protesta ci sono “anche” i disagi di un carcere che, come tutti, è sovraffollato e in condizioni igieniche precarie. C’è una capienza di 190 posti ma con 300 reclusi, oltre la metà dei quali stranieri e molti con doppia diagnosi, di dipendenza e problemi psichiatrici.

Ieri sera soltanto l’intervento intelligente e coraggioso della direttrice, la giovane Alice Lazzarotto, e della garante dei detenuti di Pisa, Valentina Abu Awwad (insieme ad altri mediatori), ha consentito una conclusione non cruenta della protesta, proprio mentre le “teste di cuoio” del Gir di Firenze erano già pronte a intervenire. Dice Giuseppe Fanfani, garante regionale dei detenuti: “Se non ci fossero state la direttrice e la garante, sarebbe finita male”. Quattro persone sono state arrestate per i danneggiamenti e accusate del nuovo reato di “rivolta”, introdotto da questo governo. Un detenuto di un’altra sezione ne ha approfittato per tentare il suicidio, ingoiando una lametta, ma è stato salvato.

Valentina Abu Awwad ci racconta: “Siamo stati in piedi fino alle cinque. La direttrice ha tentato per ore di tranquillizzarli, poi mi hanno chiamata e alla fine siamo riuscite, insieme ai mediatori, anche grazie al rapporto di fiducia che si è instaurato con i detenuti. Il pretesto per la rivolta sono state le microspie, me ne hanno messa in mano una, ma la verità è che c’è tanta rabbia e frustrazione. La direttrice fa del suo meglio, ma qui, come altrove, i detenuti non fanno quasi nulla. Ci sono corsi da estetista e per fare il pane, ma quasi nessuno lavora. E quel poco che guadagnano va tutto nelle spese di mantenimento. Poi ci sono molte persone con problemi psichiatrici che occupano il centro clinico. Servono risorse e spazi: ci sono capannoni abbandonati. Ma mi pare che la logica politica sia quella di reprimere e non si capisce che per abbattere la recidiva bisogna fare altro. Va sempre peggio”.

Si vedrà se l’installazione delle microspie è stata legittima. Ci sono due casi in passato che autorizzano qualche dubbio. A Perugia e a Napoli (in questo caso in tribunale) sono stati “spiati” i colloqui tra detenuti e avvocati, provocando una reazione dura dell’Unione delle Camere penali. L’avvocato Alessandro Cannevale, che difendeva la legale intercettata, ci spiega: “Invece di una sola, come autorizzato, hanno intercettato quattro avvocati nella sala dedicata, cosa che ritengo illegittima. Temo che a volte ci sia la tentazione di fare intercettazioni a strascico, lasciando microspie e ascoltando a posteriori le registrazioni, che possono riguardare anche persone estranee ai procedimenti”.

Tra i provvedimenti più contestati del governo, sotto l’impulso del fu sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che pochi giorni dopo sarebbe stato costretto alle dimissioni, c’è l’articolo 15 del Decreto sicurezza del febbraio 2026. Che autorizza i nuclei investigativi della polizia penitenziaria a fare operazioni sotto copertura all’interno delle carceri. Gli agenti possono fingersi detenuti, educatori, operatori sanitari e anche compiere reati finalizzati allo “spionaggio”, coperti da impunità di servizio. Norma criticata perché crea una cultura del sospetto e della diffidenza in ambienti che già sono inevitabilmente degradati, per la necessaria restrizione dei movimenti e della possibilità di conversare. Un clima di sfiducia che rischia di alimentare il malessere e il disagio dei detenuti, perfezionando a livelli distopici la sorveglianza. E non soltanto, come avviene per le microspie, per individuare responsabilità per reati commessi all’esterno. Ma anche per indagare sui comportamenti dei detenuti all’interno delle strutture, relativamente alle proteste, punite con il nuovo reato di rivolta.

Il completamento di quel progetto di sorveglianza che l’inventore del “panopticon”, Jeremy Bentham, finalizzava al controllo di tutti i detenuti da un occhio invisibile agli stessi. Il sorvegliare e punire, formula cara a Michel Foucault, ha superato la sfera visiva. Spiega il garante del Lazio Stefano Anastasia: “I detenuti hanno diritto a non essere spiati, come tutti. Poi, ci possono essere ragioni per intercettarli e registrarli. Ma questo non toglie che una persona detenuta resti una persona, con diritti e doveri. Mi pare che invece ci sia un’invasività sempre maggiore, che considera i detenuti non come autori di reati, per i quali la Costituzione prevede la punizione ma anche il reinserimento, ma come potenziali pericoli”. È lo spostamento progressivo e inesorabile dal trattamento al controllo. La rivolta di Pisa è stata ripresa da un telefonino e trasmessa da un detenuto con una diretta su TikTok. Atto illegale, visto che il possesso di cellulari in cella è vietato. Divieto spesso aggirato e che crea un paradosso: spesso a entrarne in possesso sono i soggetti più pericolosi, con agganci criminali fuori dagli istituti, mentre chi ne avrebbe bisogno per comunicare con le famiglie deve desolatamente attendere i tempi - per lo più settimanali e rapidissimi - previsti dalle norme dell’ordinamento.