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di Davide Vari

Il Dubbio, 20 ottobre 2026

Da Parigi a Milano, quella stessa società dei consumi che ha omologato i desideri di ognuno, ha negato a quella massa il pass per accedervi. Ztl invase, vetrine infrante, negozi saccheggiati. Da Parigi a Milano, sembra di assistere allo stesso film. Ma più della furia colpisce l’obiettivo, almeno apparente, di quella corsa: vogliono Prada, gli abiti firmati, e tutti quegli oggetti del desiderio che la “società dei consumi” (ricordate?) promette ma non mantiene. E chissà che direbbe Pier Paolo Pasolini di fronte a questi quattordicenni, quindicenni e sedicenni che vanno all’assalto delle griffe, reclamano un posto in prima fila dentro quell’ordine borghese che i coetanei di 40 anni fa volevano abbattere. E qui sta il paradosso. La società dei consumi li ha già conquistati e i desideri sono diventati universali. Ma i mezzi per soddisfarli no.

L’omologazione culturale è andata spedita ma la mobilità sociale è rimasta bloccata e quei ragazzi che fino a ieri potevano guardare le vetrine di via Montenapoleone solo da fuori, ora hanno deciso di mandarle in frantumi e prendersi ciò che gli è stato sempre negato. E se è vero che quel che è accaduto non ha, non può avere alcuna giustificazione, forse val la pena riflettere sulle sue cause, quantomeno per cercare di capire come evitare che accada di nuovo.

Certo, quella frustrazione non basta a spiegare ogni saccheggio, men che meno ad assolverlo, ma di certo obbliga a guardare dentro una contraddizione. La loro marginalità è economica e sociale. Vogliono esattamente ciò che hanno già i loro coetanei più privilegiati ma non ne hanno i mezzi. Sono entrambi desideri asfittici, senza respiro, costruiti nei laboratori di marketing. Ma questa è un’altra storia.

Quel che interessa è che quella stessa società dei consumi che ha omologato i desideri di ognuno, ha negato a quella massa il pass per accedervi. Ed è qui, forse, che va cercata la ragione della rabbia di Milano, Parigi, Roma. Non si tratta di una rivolta contro il consumismo, ma una rivolta dentro il consumismo. Non è la contestazione dei suoi valori, ma la pretesa, disperata e distruttiva, di poterne finalmente godere.

Tuttavia, sarebbe un errore considerare questa rabbia giovanile un fenomeno isolato, una semplice esplosione di violenza destinata a esaurirsi con il ritorno dell’ordine nelle strade. Perché quella frustrazione sociale rischia di incrociare qualcosa di assai più grande e pericoloso: una crisi economica e finanziaria capace di trasformare il malessere di alcune minoranze in una più generale crisi della società europea. Sarebbe un errore gravissimo relegare quelle scene a problema di ordine pubblico. C’è qualcosa di più profondo e anche di più pericoloso.

I segnali arrivano proprio dalla Francia, dalla sua fragilità economica, da una crisi del debito e da una instabilità politica ormai cronica, che rischia di infilare Parigi dentro una spirale assai complicata. E non è un caso che accanto alla crisi della finanza se ne affianchi un’altra, già concreta, tangibile, quotidiana. È la crisi della casa. Dopo decenni dominati dal turbocapitalismo e dalla finanziarizzazione dell’economia, il conflitto sociale torna a concentrarsi su uno dei bisogni più elementari dell’esistenza: avere un tetto sopra la testa. Non un investimento, non un bene sul quale speculare, ma il luogo in cui costruire la propria vita.

In Spagna questa contraddizione è già esplosa, trasformando l’emergenza abitativa in una questione politica e sociale di prima grandezza. Ma sarebbe miope pensare che l’Italia sia immune dallo stesso rischio. Ed ecco allora le tessere di un puzzle che ritrae una tempesta perfetta. Da una parte generazioni alle quali è stato insegnato a desiderare tutto, ma alle quali viene negata la possibilità di realizzare persino alcune aspirazioni fondamentali. Dall’altra un ceto medio che potrebbe perdere progressivamente le proprie certezze economiche.

È uno scenario che dovrebbe riportare la politica al centro della scena. Non la politica ridotta ad amministrazione dell’esistente, né quella che si limita a inseguire le emergenze quando sono già esplose. Ma una politica capace di riconoscere i conflitti prima che diventino incontrollabili, di affrontare le disuguaglianze, di restituire una prospettiva concreta a chi oggi non riesce più a immaginare il proprio futuro. Perché il problema, a questo punto, non è soltanto impedire che vengano devastate altre vetrine. È evitare che si incrini qualcosa di molto più grande: la fiducia di intere generazioni nella possibilità di migliorare la propria condizione.

Come si disinnesca una simile deflagrazione economica e sociale? Come si restituisce alla politica il potere di governare processi che sembrano ormai sfuggirle di mano? Bella domanda. Ma una cosa è certa. È dalla qualità delle risposte che si misurerà il futuro della politica europea: nella capacità di impedire che la rabbia di chi si sente escluso e la paura di chi teme di perdere tutto finiscano per alimentarsi a vicenda. Trasformando una crisi sociale in una crisi della democrazia. E se il governo italiano è quello francese pensano di risolvere tutto con l’ennesimo decreto sicurezza, allora non immaginiamo nulla di buono.