sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vitalba Azzollini*

Il Domani, 12 settembre 2026

Valditara annuncia una scuola “rivoluzionaria”. Le nuove Indicazioni nazionali imprimono alla scuola un preciso orientamento culturale, che rischia di entrare in conflitto la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. Mentre milioni di studenti tornano nelle aule, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, annuncia un anno scolastico “rivoluzionario”. Prima di capire in che cosa dovrebbe consistere la rivoluzione evocata dal ministro, però, conviene guardare alla scuola che c’è attraverso i risultati degli studenti in termini di apprendimento. Il Rapporto Invalsi 2026 segnala nella primaria un arretramento soprattutto in matematica, dove più di un bambino su tre non raggiunge il livello di base, mentre in italiano il quadro è di sostanziale stabilità, pur con qualche flessione.

Alle medie le difficoltà restano consistenti, mentre solo alle superiori c’è qualche miglioramento. I dati Pisa-OCSE, diffusi qualche giorno fa, mostrano risultati sostanzialmente fermi tra i quindicenni italiani. Non è un problema nato con questo governo, ma è il problema che ogni esecutivo dovrebbe tenere presente nel definire la propria politica scolastica. La scuola “rivoluzionaria” Valditara ha insistito sul rafforzamento delle competenze in italiano, matematica e scrittura a mano. Lo slogan del ministro è “carta, libro, penna”.

Gli smartphone sono vietati anche per finalità didattiche. Ma il significato più profondo della “rivoluzione” annunciata dal ministro va cercato nelle nuove Indicazioni nazionali, cioè il quadro ministeriale che orienta finalità, obiettivi e curricoli della scuola dell’infanzia e del primo ciclo. Adottate nel dicembre scorso, trovano gradualmente applicazione proprio dall’anno scolastico 2026/27. Già nel 2025 il ministro le aveva definite una “rivoluzione culturale”, non soltanto pedagogica, spiegando che avrebbero dovuto rafforzare negli studenti la consapevolezza di “chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare”. Le Indicazioni conferiscono particolare rilievo alla storia dell’Occidente. Bibbia, Iliade, Odissea ed Eneide sono citati come testi utili “per conoscere le radici della cultura occidentale”, alla quale attribuiscono la capacità di farsi “intellettualmente padrona del mondo”. E, pur non disconoscendo altre società e culture, arrivano ad affermare che “solo l’Occidente conosce la storia”. Questa impostazione, criticata da diversi storici, rischia di trasformare una disciplina fatta di incontri, contaminazioni e conflitti in un racconto prevalentemente identitario. Il richiamo ai classici, del resto, si lega al bersaglio polemico del ministro: la cosiddetta cultura woke.

Valditara sostiene che negli anni sarebbe stata introdotta anche nei libri di testo e rivendica il consenso informato, previsto dalla legge nelle scuole medie e superiori per i percorsi che affrontano temi legati alla sessualità. Già in passato il ministro lo aveva presentato come uno strumento per proteggere i bambini dalla “confusione della propaganda gender” e ridare “voce ai genitori”. Premesso che il riferimento alle “teorie gender” appare come una forzatura ideologica del ministro, escludere questi percorsi alle elementari e subordinarli al consenso familiare nelle classi successive rischia di lasciare fuori soprattutto i ragazzi che avrebbero più bisogno che la scuola affrontasse temi legati alle relazioni e alla sessualità, proprio perché il contesto culturale o familiare in cui vivono rende più difficile parlarne a casa.

L’ideologia degli altri Qui emerge una contraddizione. Per anni la destra ha accusato la sinistra di utilizzare la scuola per trasmettere una propria visione del mondo. Oggi, però, è lo stesso ministro dell’Istruzione che, rivendicando una “rivoluzione culturale”, indica identità, radici e riferimenti da porre al centro dell’insegnamento. Il principio secondo cui va evitato che la scuola diventi terreno di propaganda politica e culturale dovrebbe valere per tutti. Non si può denunciare per anni l’ideologia degli altri e poi imprimere alla scuola un preciso orientamento.

L’articolo 33 della Costituzione tutela la libertà di insegnamento, che la Corte costituzionale ha ricondotto, nel suo “nucleo essenziale e indefettibile”, alla “garanzia della libertà dei “contenuti” dell’insegnamento”. Dunque, un governo può definire obiettivi e priorità della scuola, ma non per questo la scuola può diventare il veicolo di una sola visione culturale. Se la “rivoluzione” di Valditara vuol essere davvero educativa, dovrebbe misurarsi anzitutto sulla capacità di dare a tutti gli studenti gli strumenti per conoscere prospettive diverse e formarsi autonomamente le proprie idee. Altrimenti il rischio è che a restare sia non una scuola migliore, ma l’impronta ideologica di chi detiene pro tempore il potere.

*Giurista