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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 2 aprile 2025

Il volume del magistrato Marcello Bortolato e del giornalista Edoardo Vigna, “Oltre la vendetta” edito da Laterza. Non risarcisce nulla, non è vendetta e non è necessariamente perdono, non è punizione né pentimento, non è riparazione del deviante, non è una terapia psicologica e neppure si tratta di un processo parallelo a quello che si celebra nelle aule di tribunale. È soprattutto una pratica a vantaggio della vittima - sia essa una persona o la collettività in senso lato - al fine di alleviare, o riparare simbolicamente con un’azione, le sofferenze derivanti dal reato subito. Ma aiuta anche chi di quel reato è autore, o semplicemente accusato, a prendere coscienza dell’accaduto, a capire il punto di vista dell’altro e a superare le proprie frustrazioni o sensi di colpa, lasciando invece il posto ad un’empatia che cura le ferite. È un “teatro dell’umano senza pubblico” che “risana la frattura tra chi ha commesso e chi ha subito un torto”. Regola numero uno: l’adesione volontaria al programma.

La giustizia riparativa - caposaldo di un sistema penale non coercitivo - in Italia è istituzionalizzata da una legge in vigore dal luglio 2023, introdotta dalla riforma targata Marta Cartabia. Ma, nel mondo, i primi esperimenti moderni risalgono agli anni Settanta e si devono alla cultura penale anglosassone nordamericana, australiana e neozelandese che ha contaminato poi anche l’Europa. Eppure è tuttora una pratica sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani. Particolarmente meritorio perciò il lavoro del magistrato Marcello Bortolato e del giornalista Edoardo Vigna che entrano nei dettagli de “La giustizia riparativa in Italia” con il libro “Oltre la vendetta” edito da Laterza (pp. 139, euro 14).

Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, che fece parte del gruppo di studio istituito dalla ministra della Giustizia dell’allora governo Draghi per elaborare il testo di legge (decreto legislativo 150/2022) sulla giustizia riparativa, e il giornalista del Corriere della Sera prendono per mano il lettore e lo introducono alla “disciplina organica” di cui l’Italia si è munita per prima in Europa. E alla rivoluzione di senso di una pratica che, nella sua applicazione, è avulsa dal giudizio in senso stretto e si preoccupa invece solo di ripristinare l’equilibrio sociale alterato dalla violenza del misfatto. Una strada più solida di quella prettamente punitiva nel cammino verso la sicurezza, senza perseguire però la visione manichea di una società aconflittuale.

Nell’ambito dei diritti umani, per esempio, ne abbiamo sentito parlare sicuramente quando, nel 1995 in Sudafrica, Nelson Mandela decise di creare un tribunale presieduto dall’arcivescovo Desmond Tutu per “riconciliare realmente vittime e carnefici” dell’apartheid, come ricordano gli autori, e tentare di far voltare pagina così al suo Paese. In più, il libro offre una panoramica sulle origini e “la scena” in cui ha operato negli anni la Restorative Justice. Anche in Italia, prima e dopo la sua “istituzionalizzazione”.

“Oltre la vendetta” scandaglia minuziosamente il ruolo del magistrato che fa da mediatore e la sua formazione; le modalità di accesso al tavolo, anche nei casi in cui non esiste una vittima specifica ma a farne le spese è l’intera comunità; il “copione” della mediazione, atto per atto; i presupposti e gli esiti possibili. Si pensi, per esempio, al caso di uno stupro avvenuto in strada, o anche di una rapina: il sistema punitivo non si preoccupa di risanare la ferita creata nella vittima (ma anche nei congiunti del reo) che, anzi, nel processo potrebbe subire un aggravamento. La “comunicazione emotiva, il non giudizio, l’esplorazione dei valori e delle domande esistenziali”, spiegano Bortolato e Vigna, possono invece “ricomporre”. Senza “cedere a logiche moralizzanti o redentive”.