sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giulia Merlo

Il Domani, 5 maggio 2026

In questa fase storica, in cui la guerra anestetizza il sentire sociale, la sfida è tornare a riconoscere l’altro - e così il proprio limite - per ricostruire uno spazio di comunità. Di questa sfida si fa carico il saggio “Per una pace possibile”. La guerra ha in sé una doppia forza distruttrice: non solo quella fisica, che riguarda i luoghi e le persone, ma anche quella di corrodere il linguaggio con cui la si racconta e la si spiega, anestetizzando lentamente anche il senso di orrore e lo sdegno. Questo è tanto più vero nel tempo presente, che è sempre più martoriato dai conflitti armati che hanno invaso i media a partire dal 7 ottobre 2023, per poi arrivare alla tragedia di Gaza, all’allargamento del fronte a tutto il Medio Oriente fino, ora, allo scontro bellico in Iran.

E non vale solo per le guerre in senso proprio, ma anche per altri luoghi di frontiera - il carcere, per esempio - dove il bilico è sempre quello tra i principi di giustizia astratti e la ricaduta concreta nella legge del più forte. L’interrogativo, ad oggi ancora insoluto, è: da dove ricominciare, quando tutto questo sarà finito?

Tentano una risposta Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, nel saggio Per una pace possibile. Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre (Feltrinelli, 2026). Quella filosofica si rifà alla tragedia di Eschilo, Eumenidi, in cui la dea Atena prima fonda un tribunale, l’Areopago, poi è in grado di far abbandonare alle Erinni i loro propositi di vendetta con lo strumento della parola. La banalizzazione della violenza nell’era del tycoon Riconoscere l’altro Gli autori, però, escono dalla metafora, articolandola: il conflitto si ricompone solo quando le istanze delle parti non vengono rimosse né assecondate, ma reciprocamente riconosciute fino a creare uno spazio comune di convivenza. La traduzione in concreto di questo concetto ha un suo punto di caduta a livello giuridico, quando si accede - parallelamente al processo che stabilirà i torti, le ragioni e le pene - alla giustizia riparativa, ma anche sui fronti bellici, quando le diplomazie si siedono al tavolo della negoziazione.

Entrambi i percorsi sono fragili, ma dalla loro riuscita passa il ricucire, nel micro e nel macro, la tela sociale che ogni conflitto dilania. Perché questo sia possibile, tuttavia, serve un presupposto: il riconoscimento del proprio limite, così da poter pensare l’esistenza dell’altra parte e dunque riconoscerne la stessa propria legittimità a occupare lo spazio. Proprio questo indaga il saggio, mettendo a fuoco la difficoltà una forma di ricomposizione del conflitto si concretizzi, paradossalmente, proprio nelle moderne democrazie compiute in cui la frammentazione della società produce dissidi all’apparenza insolubili. Prendendo in esame tutti i maggiori scenari bellici del nuovo Millennio, emerge come essi abbiano nutrito un ecosistema di violenza collettiva che oggi rischia di diventare lo status quo, che ha anestetizzato i media, la politica e in ultima analisi l’identità stessa dei nuovi cittadini.

E allora, la domanda finale è ineludibile: pensare la pace è impossibile? Questa, secondo gli autori, è la grande sfida del presente e la risposta è tutta politica. Tutti gli edifici giuridici che hanno costruito il tessuto istituzionale delle democrazie occidentali, infatti, adesso appaiono come strumenti poco efficaci in uno scenario d’eccezione, in cui ogni istituzione - si pensi alla Corte penale internazionale - sembra aver perso legittimazione ad agire. Eppure, la pace è “un campo in movimento” e, per “orchestrarla”, è necessario tornare all’origine della giustizia: quella parola che fa conoscere e permette di ri-conoscersi, che ha trasformato le Erinni in Eumenidi. L’era Trump tra errori, crimini e violazioni: pagheremo tutti, e pagheremo caro.