di Andrea Gianni
Il Giorno, 27 ottobre 2025
Il Garante dei detenuti del Comune di Milano, che ha diretto San Vittore: servono progetti. “Istituti fatiscenti, 100mila reclusi aspettano misure di detenzione alternative”. Il debutto di Luigi Pagano nell’amministrazione delle carceri risale al 1979, a Pianosa, isola sperduta nel Tirreno dove nella sezione di massima sicurezza furono reclusi anche brigatisti e boss mafiosi, fino alla chiusura nel 1998. Poi l’Asinara, altri istituti fino all’approdo nel 1989 nella casa circondariale di Milano San Vittore, che ha diretto fino al 2004.
Il passaggio al provveditorato dell’amministrazione penitenziaria e poi al dipartimento, fino alla recente nomina come garante dei detenuti del Comune di Milano. Un mondo segnato da problemi cronici - sovraffollamento, suicidi di reclusi e di agenti della polizia penitenziaria, violenze - al quale ha dedicato il libro-inchiesta “La rivoluzione normale” (Gruppo editoriale San Paolo).
Pagano, che cos’è la ‘rivoluzione normale’?
“Consiste nell’applicazione coerente delle leggi che riguardano il sistema penitenziario e che già fanno parte del nostro ordinamento. Dovrebbero applicare alla pena il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, che definisce che essa deve mirare al recupero e al reinserimento del detenuto nella società, ma non vengono rispettate. Se ciò avvenisse potremmo dire che, se proprio abbiamo bisogno di un carcere, esso sarebbe all’altezza della civiltà di un Paese democratico. La vera rivoluzione, quindi, sarebbe iniziare ad applicare le norme. Questo non è successo neanche dopo le condanne inflitte all’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: mancarono il coraggio e la volontà, è stata un’occasione sprecata”.
Pensa che quello attuale sia un momento storico propizio per avviare questa ‘rivoluzione normale’?
“Non credo, visto come si sta muovendo la politica su questo tema. La retorica del ‘buttare via la chiave’ è retaggio di una politica senza la ‘p’ maiuscola. Secondo me il carcere andrebbe superato, ma se vogliamo mantenere questo sistema almeno facciamolo rispettando la Costituzione. Oggi 100mila persone sono già fuori dal carcere grazie a pene e misure alternative alla detenzione, mentre altre 100mila attendono la concessione. Al di là dei detenuti pericolosi, che possiamo stimare in 10mila, chi resta in carcere? Sono le persone più disperate, che non hanno i requisiti - casa, famiglia e accesso al lavoro - attorno ai quali costruire un percorso all’esterno. Il sovraffollamento non è dovuto tanto alle entrate, quanto alle mancate uscite. Per risolverlo, nell’immediato, servirebbe una nuova amnistia o un indulto”.
In futuro potrà esistere un mondo senza carceri?
“Potrebbe sembrare un’utopia, ma non lo è. In passato pene cruente, squartamenti, torture erano la normalità. Il mondo si evolve, e il futuro potrebbe riservarci sorprese che neanche immaginiamo. La priorità, però, è intervenire sul presente. Anche il personale sta male, e tra gli agenti si registra un aumento allarmante dei suicidi. La responsabilità è anche di chi non ha fatto nulla per cambiare il sistema. Pensiamo al Beccaria (carcere minorile milanese al centro di un’inchiesta per violenze degli agenti sui detenuti, ndr), dove da dieci anni non c’è un direttore fisso e l’istituto è stato lasciato nell’abbandono. Quando esplodono certi casi, bisognerebbe andare alle radici”.
Dalla fine degli anni 70 come è cambiato il mondo delle carceri?
“I problemi, purtroppo, restano sempre gli stessi, legati anche a strutture vecchie e fatiscenti. San Vittore, che considero come casa mia, ha 200 anni e andrebbe chiuso, mentre invece viene utilizzato anche per rinchiudere persone in attesa di una sentenza, non ancora condannate”.
Ricorda, nella sua carriera, una situazione particolarmente critica?
“Penso all’epoca di Mani Pulite, quando a San Vittore arrivammo ad avere 2.400 detenuti. Ma abbiamo sempre dovuto fronteggiare emergenze, che si rivelano anche una fucina di idee coinvolgendo operatori, detenuti e società esterna. Con Tronchetti Provera, ad esempio, creammo il primo call center in carcere. Abbiamo ideato la casa di reclusione di Bollate, divenuta un modello, il primo Istituto a custodia attenuata per madri (Icam) a San Vittore, e altri progetti di cui vado orgoglioso”.
Un incontro a cui è rimasto legato?
“Quello con il cardinale Carlo Maria Martini. Arrivò a San Vittore per la messa durante il Giubileo nelle carceri. C’era brusio, i detenuti mormoravano, e temevo potesse scoppiare una sommossa. A un certo punto si librò nell’aria una colomba, i detenuti applaudirono e iniziarono a gridare ‘libertà, libertà’. Uno dei magistrati presenti, Manlio Minale, ebbe un sussulto di commozione e mi disse: ‘Mi hai fatto un bello scherzo, ora ogni volta che mi troverò a giudicare dovrò pensare a questo momento che ho vissuto’”.
L’Italia continua a essere insanguinata dai femminicidi. Come intervenire?
“Non serve inasprire le pene, ma investire sulla prevenzione e su tutto ciò che può innescare un cambiamento culturale. Le parole spese sulla necessità di tutelare le donne, però, stridono con la realtà e, ad esempio, con programmi televisivi dove accade l’esatto contrario”.











