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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 25 marzo 2026

La richiesta di alcuni sindacati: “Via anche i vertici del Dipartimento, costruito a sua immagine”. Con otto agenti di Polizia penitenziaria condannati per falsità materiale e ideologica a pene che vanno dai 18 mesi ai 20 mesi di reclusione, si conclude il primo grado del processo - lungo e difficile - per le violenze avvenute all’interno del carcere di Ivrea tra il 2015 e il 2016. Il reato di lesioni è ormai prescritto, ma il fatto è comunque molto rilevante perché, come spiega l’avvocata Simona Filippi che nel procedimento ha rappresentato l’associazione Antigone come parte civile, il falso è non a caso considerato un “reato sentinella” di violazioni ben più gravi.

“I giudici hanno riconosciuto - ricostruisce l’avv. Filippi - che le documentazioni prodotte dagli agenti condannati, che riferivano di cadute e incidenti accidentali, erano false e servivano in realtà a coprire condotte violente avvenute ai danni di persone detenute nell’istituto penitenziario. Per gli autori delle violenze, accusati di lesioni in quanto all’epoca della contestazione non era ancora presente il reato di tortura, è intervenuta la prescrizione. Dopo le prime indagini, per ben due volte il Pm chiese l’archiviazione. Ma Antigone si oppose, e presentò istanza di avocazione rivolta al Procuratore generale presso la Corte di Appello di Torino, che venne accolta nell’ottobre 2020”.

Il caso di Ivrea è uno dei tasselli di quello che i più malevoli chiamano “sistema Piemonte” per riferirsi al modus operandi che una certa parte della polizia penitenziaria sembra aver adottato in modo strutturato, negli ultimi anni, nelle carceri del territorio piemontese. La regione, infatti, è tra quelle che annoverano il maggior numero di procedimenti penali a carico di agenti accusati di tortura o lesioni in carcere.

Prima di Ivrea, a Torino poche settimane fa si è registrata la terza condanna per torture in carcere da quando in Italia è stato introdotto il reato (tanto osteggiato da Fd’I e dalle sigle sindacali della polizia penitenziaria), e dopo le sentenze di S. M. Capua Vetere e San Gimignano. Gli agenti condannati per tortura sono sette. A Cuneo invece è appena cominciato il processo a 10 poliziotti e ufficiali della Casa circondariale di Ceraudo accusati di tortura ai danni di 5 detenuti pakistani che avevano inscenato una protesta. Atri quattro agenti hanno scelto il rito abbreviato. E a Biella sono 25 i poliziotti indagati di abuso di mezzi di correzione, un capo di imputazione che il Gup ha derubricato rispetto all’iniziale accusa di tortura.

Casi diversi che hanno avuto ancora più diversi iter giudiziari, ma che descrivono una modalità gestionale simile all’interno degli istituti di pena. Particolarmente grave perché il Piemonte è la roccaforte politica dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che sulla carta era delegato solo al personale dell’amministrazione penitenziaria ma ormai era diventato il vero deus ex machina delle carceri. E che negli istituti penitenziari del Piemonte aveva uno dei suoi fan club più strutturati. Un bacino di voti e di potere che ha curato con grande attenzione.

Lo dimostrano le ripetute visite nelle varie Case circondariali della regione, sempre per rendere omaggio agli agenti, mai per verificare le condizioni dei detenuti; le feste e le grigliate con i rappresentanti sindacali della sigle più destrorse della polizia penitenziaria (perfino all’interno dello stesso carcere di Biella e perfino insieme ad agenti sotto inchiesta); gli slogan contro i detenuti che ripeteva ogni volta che ne aveva l’occasione; e, last but not least, le cene con il golgota dell’amministrazione penitenziaria organizzate perfino nell’ormai famigerata bisteccheria del tuscolano a Roma. Ed è proprio su quest’ultimo fatto che insistono coloro che, fuori e dentro il Corpo, dopo le dimissioni di Delmastro chiedono anche “l’azzeramento di tutto l’apparato dirigente del Dap”, come fa il Sindacato polizia penitenziaria che accusa l’ormai ex sottosegretario di aver “costruito a sua immagine e somiglianza l’apparato del Dipartimento e i livelli apicali dell’Amministrazione Penitenziaria”.