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di Mattia Feltri

huffingtonpost.it, 14 luglio 2025

Il presidente del Senato rompe la smania di manette di destra e spiega che condizioni dignitose sono un diritto costituzionale dei detenuti, e un obbligo per la politica. Considerazioni sui limiti delle democrazie. All’incirca un mese fa, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, in un’intervista ad Alessandro De Angelis per La Stampa, ha suggerito più sconti di pena per affrontare il sovraffollamento delle carceri. Da allora, quando può, riassume la posizione istituzionale, che è propria del suo ruolo, e accantona quella di barricata, che è invece della sua indole. Ieri, con una lettera inviata a Rita Bernardini e agli altri di Nessuno tocchi Caino, nell’occasione di un incontro a Rebibbia, ha definito il carcere un “luogo di degrado e di emarginazione” e “la tutela della dignità (dei detenuti, ndr) un obbligo”. 

La presa di posizione di La Russa è importantissima non soltanto perché allenta la smania di manette dilagata a destra, ma perché lo fa affidandosi alla Costituzione. Ogni richiesta di intervento assonante con la clemenza, in realtà con la giustizia, viene infatti respinta con l’accusa di buonismo - uno dei tanti passe-partout buoni a liberarsi dell’incomodo di ragionare -, mentre La Russa ne fa giustamente una questione di obbligo, quello indicato con sferica precisione dal dettato costituzionale. Ovvero la detenzione deve essere dignitosa e tendere alla rieducazione del condannato. Deve: non è una facoltà dei buoni.

Quella parola - obbligo - risuona particolarmente beffarda in una maggioranza di governo pomposamente legalitaria (dai 55 mila detenuti del 2022 si è passati a 62 mila di oggi), e che si sente in obbligo di infrangere le leggi della Repubblica pur di punire un po’ meglio e un po’ di più chi infrange le leggi della Repubblica. Sembra una filastrocca, è la nostra quotidianità.

Al di là delle escursioni nel paradosso, le condizioni delle carceri italiani sono inaccettabili da decenni, e non solo per il sovraffollamento ma anche per la fatiscenza delle strutture, e interrogano la sinistra quando la destra, i governanti attuali quanto i precedenti, e con tutta evidenza una società intera incapace di comprendere che dalla qualità delle carceri - come è stato detto e ridetto - passa la qualità delle nazioni e in particolare delle democrazie. Passa il senso di libertà su cui abbiamo deciso di edificare le nostre comunità. Le quali sono nate in rigetto delle monarchie assolute, dominanti in Europa per secoli, e il cui potere era giustificato direttamente da Dio. Poi ai re abbiamo tagliato la testa - lo hanno fatto gli inglesi e i francesi - proprio per manifestare la loro essenza umana e non divina.

Le democrazie nascono sull’assunto che il potere risiede non in un uomo che comanda ma in tutti gli uomini che decidono del loro destino per mezzo di governi eletti e parlamenti rappresentativi. E nessun potere assoluto può calare su un uomo: non è democratica la pena di morte, non è democratica la carcerazione irrimediabile (l’ergastolo), non sono democratiche le condizioni degradanti. Nessun uomo ha il potere di piegare un altro uomo oltre il necessario. Finché non lo capiremo, le nostre democrazie non potranno nemmeno essere delle ambizioni.