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di Roberto Saviano

Corriere della Sera, 22 aprile 2022

“Se il Cremlino cerca di chiuderti vuol dire che stai facendo la cosa giusta”: questa la dichiarazione di Amnesty International dopo che, lo scorso 8 aprile, le autorità russe hanno deciso di chiudere gli uffici della Ong a Mosca. “In uno Stato dove attivisti e dissidenti vengono imprigionati, uccisi o esiliati, dove il giornalismo indipendente è calunniato, sospeso o costretto all’autocensura e dove i gruppi della società civile sono messi fuorilegge o liquidati, se il Cremlino cerca di chiuderti vuol dire che stai facendo la cosa giusta”.

Il Cremlino si illude di poter silenziare Amnesty, di poter mettere il bavaglio, con questa ennesima azione dimostrativa come sempre violenta e autoritaria, a chi chiede la liberazione dei manifestanti arrestati e incarcerati per aver espresso solidarietà agli ucraini invasi. A chi pretende che sia rispettato il diritto del giornalismo indipendente di denunciare i fatti, a chi vuole che i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani commesse in Russia in Ucraina o in Siria, siano chiamati a rispondere delle loro azioni.

Anni fa mi imbattei per caso nel racconto della nascita di Amnesty International. In genere seguiamo le sue campagne, proviamo a dare sostegno e visibilità, ma quasi mai si racconta come Amnesty sia nata e, soprattutto, da quale sentimento. Nel novembre 1960 l’avvocato inglese Peter Benenson legge sul giornale un articolo su due studenti portoghesi che erano stati arrestati e condannati a sette anni di prigione perché in un bar di Lisbona avevano fatto un brindisi alla libertà. Ai tempi il Portogallo era ancora sotto la dittatura fascista di António de Oliveira Salazar (l’Estado Novo), e in un regime autoritario anche solo pronunciare la parola libertà è reato. L’avvocato è scosso: ogni giorno sul giornale gli capitava di leggere notizie su persone arrestate o giustiziate nel mondo perché le loro opinioni non erano in linea con quelle del loro governo. E lui, che era un avvocato del lavoro, ne era stato testimone assistendo a processi a sindacalisti nella Spagna di Franco: non solo non c’era alcuna giustizia nelle decisioni dei giudici, ma una volta in carcere non veniva rispettato neanche il più basilare dei diritti umani dei detenuti.

Benenson capisce che non basta andare a manifestare davanti all’ambasciata portoghese (che il giorno dopo sarebbe stata quella di un altro Paese, e poi di un altro ancora...), non basta nemmeno un’iniziativa congiunta con i suoi colleghi avvocati. Ma era sicuro che il senso di disgusto che lui provava leggendo quelle notizie lo provassero anche altre persone, moltissime in tutto il mondo. Eppure, quei sentimenti, singolarmente - allora come adesso - rischiavano di restare solo indignata impotenza. A Benenson viene dunque in mente un proverbio cinese che recita così: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”. Ecco, per accendere quella candela, per far luce su queste ingiustizie e provare a cambiare le cose, bisognava unire i sentimenti di tutti in un’azione comune. Così, nel maggio del 1961, scrive una lettera sull’ Observer in cui segnala i casi di dodici prigionieri dimenticati e lancia una campagna di Amnistia (“Amnesty” appunto) di 12 mesi invitando le persone a scrivere lettere per chiedere la loro liberazione.

In quei 12 mesi, di lettere ne arrivarono a migliaia, e in vari Paesi si formarono gruppi di persone decise a impegnarsi nella causa per l’amnistia e per la salvaguardia dei diritti umani. Fu così che nacque Amnesty International, che assunse come suo simbolo la candela avvolta da filo spinato - è l’immagine che ho scelto questa settimana - che per Benenson rappresentava ogni prigioniero ucciso, torturato o detenuto ingiustamente su cui era necessario portare luce. Questo è stato l’atto di coraggio di Benenson: non limitarsi a sentire che una cosa fosse ingiusta, ma fare in modo che l’indignazione nata dall’ingiustizia divenisse un sentimento condiviso, perché solo attraverso la condivisione la realtà si può trasformare. Oggi si ha la sensazione che sia più facile colonizzare Marte che cambiare ciò che accade sulla Terra: è questo senso di impotenza, opprimente e claustrofobico, che spesso ci induce a pensare che l’azione del singolo sia inutile. Quello che Benenson fece fu proprio dimostrare il contrario, dimostrare cioè che, anche singolarmente, facciamo la differenza.