sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Pierluigi Battista

Il Foglio, 18 maggio 2026

Di fronte ai catechisti che incensano la “Carta più bella del mondo” come una reliquia, che ne ignorano la storia e le ambiguità, potreste sentirvi lievemente incostituzionali. Il libro di Antonio Polito spiega perché. Il libro di Antonio Polito, “La Costituzione non è di sinistra”, finalmente riesce a spiegarmi perché io abbia talvolta la deprecabile sensazione di essere leggermente incostituzionale. Perché abbia molte remore e persino freni ideali a genuflettermi al cospetto della sacralità della Costituzione. Di provare fastidio per i panegirici sulla “Costituzione più bella del mondo” (ma quando mai? quella americana, che sancisce addirittura il diritto alla ricerca della felicità, è molto più bella).

Sento come una litania intimidatoria l’invocazione alla sua intoccabilità e inviolabilità, la mobilitazione per il rischio perenne di una truce “deriva autoritaria”, “l’allarme democratico” che suona se qualcuno, privo di pedigree vidimato, ne proponga la ragionevole riforma, sia pur nel rispetto pieno delle procedure sancite dalla Costituzione stessa nel suo articolo numero 138. Tutto l’incenso sparso dagli intellettuali politicamente correttissimi un tempo insurrezionalisti e rivoluzionari e che adesso morbosamente tengono in braccio la Carta mistica come un catechismo, se la coccolano, la sfiorano, talvolta persino la sbaciucchiano come fosse una Sacra Scrittura, la reliquia di un santo, l’ultima trincea della nostra stessa convivenza civile.

O la stravolgono e mutilano a loro uso e consumo se il testo costituzionale appare più complesso di uno slogan. Come l’omaggio monco all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli”, dimenticando le parole successive: “Consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, e dunque, come sottolinea Polito, “ci autorizza a stare dentro l’Onu, la Nato, l’Unione Europea e tutte le ‘organizzazioni internazionali’ che hanno il compito di assicurare la pace e la giustizia anche con l’uso della forza militare”. Da sottolineare: “Anche con l’uso della forza militare”.

Questa leggera sensazione di estraneità, così mi illuminano le pagine di Polito, deriva dalla semplice constatazione storica che il testo costituzionale sia troppo scopertamente il frutto del Grande Compromesso tra le due culture allora dominanti che ne hanno ispirato la redazione, quella cattolica e quella socialcomunista. Alle forze liberali restavano solo le briciole. Un sentore di compromesso, poco liberale, che infatti permea ogni singolo articolo della Costituzione che dovrebbe sancirne, come usa dire, l’impianto “valoriale”.

Da una parte i seguaci di Giuseppe Dossetti, maestro di integralismo cattolico e profondamente ostile allo spirito liberale, dall’altra i socialisti e i comunisti che spingevano perché ogni parola fosse promessa del sol dell’avvenire, prefigurazione di un approdo inesorabilmente socialista, dove il collettivo fa premio sull’individuale, la coesione sociale sulla libertà dei singoli, lo Stato sugli spiriti animali dell’economia di mercato. Parlarne esplicitamente è quasi un sacrilegio, ti sembra quasi di coltivare una tentazione eversiva, per cui meglio tacere. Ma in interiore homine borbotta lo spirito incostituzionale di chi ha poca fede. E ama di più l’Habeas corpus e la Magna Charta, che infatti in origine si chiamava Charta Libertatum.

Piero Calamandrei disse che questa parte della Carta, quella dei valori e dei principi, “fu scritta per metà in latino e per metà in russo”: solidarismo cattolico e collettivismo comunista temperato dall’umanesimo socialista. Come nel bilancino lessicale dell’articolo 3: “È compito della Repubblica democratica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori” eccetera eccetera. La “persona” accontentava i cattolici della Fuci, il vivaio della nuova classe dirigente democristiana; “i lavoratori” non c’è bisogno di spiegare (Togliatti voleva addirittura che nell’articolo 1 fosse scolpito “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, mediò Fanfani e la formulazione, più tenue, è quella che conosciamo). Mancava l’”individuo”, troppo sospetto, troppo liberal-individualista, e al massimo si poteva transigere sul “cittadino”, anche se faceva troppo Rivoluzione francese. Del resto il cattolico Giorgio La Pira, in seguito sindaco santo di Firenze, ebbe a proclamare: “È in crisi lo Stato borghese capitalista: cioè quel tipo di Stato che ha una Costituzione ispirata al principio delle libertà individuali quale fu elaborato dalla dottrina illuminista inglese e francese”: più chiaro di così. E chi ha troppo a cuore il “principio delle libertà individuali”? Da considerare con sospetto.

E la proprietà privata? Abolirla no, per carità, il Grande Compromesso non poteva permettersi toni troppo perentori. Ma ecco il dire e non dire, le limitazioni, le clausole, i lacci e lacciuoli: la proprietà privata è sì, “riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” ma poi, beninteso, “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”. E il lavoro, è forse un diritto? No, andiamoci piano con i diritti (l’apologia dei diritti di ogni tipo, descritta da Polito, conquisterà il dibattito pubblico molto più tardi, più o meno quando la sinistra perderà la sua tradizionale identità “laburista”). Nel Grande Compromesso il lavoro è un dovere, il “dovere di scegliere… un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società” e se non concorre, e se recalcitra a farsi classificare come una “funzione”, si va contro lo spirito costituzionale. Nota infatti con malizia Polito: “Se ne potrebbe allora dedurre che il reddito di cittadinanza - non una semplice forma di assistenza ai più poveri, ma il riconoscimento del diritto a un vero e proprio salario in cambio di nessuna prestazione - era in realtà contrario a uno dei principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica”. Incostituzionali saranno loro!

Un paradosso. Ma la genericità dei principi, la loro ambiguità e persino le loro incongruenze hanno poi dato esiti talvolta paradossali. Nella religione costituzionale si spalancano voragini di fraintendimenti, che Polito racconta con puntuale ironia: “La Costituzione era la stessa sia quando la Consulta nel 1961 ha dichiarato legittima la norma del codice penale che puniva solo l’adulterio delle donne, sia quando, appena qualche anno dopo, nel 1968, la stessa Corte ha invece completamente ribaltato la decisione precedente, che era fondata su un clima culturale e su valori che non erano più accettabili, secondo i quali si considerava più grave se fosse stata una donna a ‘concedere i suoi amplessi a un estraneo’”. Altro esempio: “Il reato di ‘incitamento a pratiche anticoncezionali’, ritenuto illegittimo in una sentenza del 1965 e successivamente dichiarato legittimo in una sentenza del 1971”. La Carta sarà bella e santa, ma quanto è influenzata dallo spirito del tempo?

E a proposito di Corte Costituzionale e Consiglio superiore della magistratura, Polito ci fa scoprire che il Pci, in nome della sovranità popolare, era fieramente contrario a istituti che oggi i suoi legittimi eredi considerano quasi sacri e intoccabili. Uno dei costituenti comunisti, Renzo Laconi, molto apprezzato da Togliatti, affermava sul Csm: “Quando si fa dell’ordine giudiziario una specie di ordine chiuso, una casta separata; quando si lascia la regolamentazione della vita interna del potere giudiziario ai giudici stessi, può anche sorgere una questione di indipendenza, perché la carriera, le nomine, i trasferimenti saranno affidati allo stesso corpo”. La “casta”, addirittura: e Beppe Grillo, del 1948, non era ancora nato. E lo stesso Togliatti: “Si teme che domani vi possa essere una maggioranza che sia espressione libera e diretta di quelle classi lavoratrici le quali vogliono profondamente innovare la struttura politica, economica, sociale del Paese (…) da qui anche quella bizzarria della Corte Costituzionale, organo che non si sa che cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le Assemblee e di tutto il sistema del Parlamento e della democrazia, per esserne i giudici. Ma chi sono costoro? Da che parte trarrebbero essi il loro potere se il popolo non è chiamato a sceglierli? Tutto questo è dettato da quel timore che ho detto”. Oggi Togliatti, con i nuovi parametri ideologici che si sono imposti, verrebbe considerato un po’ incostituzionale anche lui. E vagamente populista, pure.

Che poi il paradosso è che gli articoli più liberali, quelli per cui ci sarebbe da sentirsi fieri della nostra Costituzione, sono oggi tra i più negletti, trascurati, marginalizzati soprattutto nella sinistra (ma “la Costituzione non è di sinistra” come recita il titolo del libro di Antonio Polito) che oggi si fa vestale della purezza e inviolabilità costituzionale. Il meraviglioso articolo 15, quello che garantisce “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione”. E come la mettiamo con l’abuso delle intercettazioni? Con la divulgazione di messaggi whatsapp, che sono la forma moderna di corrispondenza visto che le lettere non si scrivono più? E con lo sputtanamento mediatico-giudiziario che fa a pezzi l’idea stessa di segretezza e di riservatezza? Qui sono molto più costituzionale io degli ipocriti sacerdoti della Carta. Oppure il comma 2 dell’articolo 27, “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Oggi il principio costituzionale della presunzione di innocenza viene irriso come una raccomandazione molesta: volete mettere quanto siano più gustose ed eccitanti le condanne via stampa e tv? Dove sono gli incostituzionali in questo caso? E chi agita l’articolo 21 sull’integrità della libertà d’espressione (finalmente, bisognava attraversare 20 articoli prima di arrivarci) e poi inneggia a provvedimenti ad hoc - legge Mancino, la sinora fortunatamente stoppata legge Zan - che fanno a pezzi il principio della libertà d’opinione? Anche qui del resto, il testo scritto un po’ in latino e un po’ in russo deve contenere qualche eco delle sue origini non così apertamente liberali: “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. Ecco, appunto.

Poi c’è la seconda parte della Costituzione, quella che regola le forme dell’ordinamento della Repubblica, gli istituti che ne regolano le norme, l’esistenza politica e così via. Qui, racconta Polito, a segnare le linee guida non fu più l’ansia del compromesso, ma la paura. La paura di perdere, la paura di regalare troppo potere al vincitore. Perché nel frattempo Alcide De Gasperi, che aveva lasciato alla sinistra dossettiana il compito ideologico di disegnare la carta dei valori e dei principi insieme alla sinistra social-comunista, tornando da un proficuo viaggio americano ruppe nel 1947, mentre i costituenti erano impegnati a soppesare ogni parola, l’unità delle forze resistenziali estromettendo dal governo socialisti e comunisti. Ora i costituenti erano diventati nemici politici, e l’imperativo per ambedue gli schieramenti diventava quello di costruire un sistema che imbrigliasse il vincitore, lo imprigionasse in una ragnatela di limiti e di confini, sovraccaricando di pesi e contrappesi l’azione del governo. Si era alla vigilia delle elezioni decisive del ‘48, dove l’importante era certamente vincere ma soprattutto non perdere. Gli uni non si fidavano più degli altri e non era solo per quello che i costituzionalisti hanno chiamato il “complesso del tiranno”, la memoria ancora troppo fresca della dittatura fascista, del governo senza limiti. Era la paura che perdere significasse perdere tutto, o comunque troppo.

Ecco la ragione, costituzionalmente sancita, della debolezza dei governi che qualunque schieramento oggi cerca di aggirare con l’abuso dei decreti legge per non farsi impantanare nell’inconcludenza. Ma la paura continua ancora oggi, quando il mondo è cambiato e la fine della Guerra fredda avrebbe dovuto contenere il terrore di una vittoria troppo netta delle forze che formano il governo. Resta la sacralizzazione di un testo trattato come la Bibbia, difeso come una reliquia. C’è perfino, racconta Polito, un “Rap della Costituzione inciso da un gruppo hip hop dal poco rassicurante nome di Assalti Frontali, nato dalle ceneri del collettivo musicale romano Onda Rossa Posse, e guidato da Militant A. Ne elenca gli articoli interpretandoli come un libro sacro dei diritti, e la invoca a difesa del rischio che, testuale, torni tra noi Benito Mussolini”. Un paradigma “che ha preso la forza di senso comune”. Ecco perché, poi, in interiore homine e senza darlo troppo a vedere per non apparire eversivo, uno si sente un po’, soltanto un po’, incostituzionale.