di Marcello Crivellini* e Filomena Gallo**
La Stampa, 1 gennaio 2023
La sanità italiana sembra essere sempre più il mondo dei paradossi. Ci si lamenta della mancanza di medici nel settore pubblico ma una buona parte dei medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale, appena finito il turno sono reperibili senza attese ma a pagamento (in strutture pubbliche o private). Le attese in molti Pronto Soccorso sono tali da causare numerosi abbandoni ma alcuni medici si licenziano per fare i “gettonisti” cioè lavorare come privati a chiamata e guadagnare in due giorni quanto il precedente stipendio mensile. La disomogeneità nella qualità e disponibilità dei servizi sanitari fra le Regioni è tale da causare da decenni una migrazione sanitaria (la chiamano mobilità sanitaria) di circa 800 mila persone l’anno (dieci volte i migranti dei barconi) senza che qualcuno faccia decreti o organizzi centri di accoglienza nei pressi di quelle strutture prese d’assalto. Il controllo di questa disuguaglianza (cioè la misura dei Lea, Livelli essenziali di assistenza) è affidato a un Comitato composto per la metà da chi dovrebbe essere controllato (le Regioni) che rende noti i risultati circa tre anni dopo le indagini, quando ormai non servono più a nulla, nell’indifferenza generale. Mentre il numero quotidiano di dichiarazioni e convegni di Assessori e Ministri in materia di sanità si mantiene elevato, da 14 anni manca il documento che per legge dovrebbe identificare la politica di sanità e salute del paese su un arco pluriennale: l’ultimo Piano sanitario nazionale è stato approvato nell’aprile 2006.
L’elenco dei paradossi potrebbe continuare ma il più grande è che la gran parte degli attori-decisori della sanità si focalizza sulla difesa (spesso corporativa) di questo o quel punto specifico e dimentica il funzionamento del sistema nel suo complesso. In effetti il maggior problema è che oggi il SSN non è più un sistema ma una somma di singoli parti che interagiscono male fra loro, alcune sufficientemente funzionanti altre pessime: in tal modo non è più un sistema capace di affrontare i problemi di salute e le esigenze dei cittadini con la dovuta efficacia di governo.
La spesa sanitaria complessiva è contenuta ma è pur sempre il 9% del Pil e costituisce il settore maggiormente finanziato (più di difesa, istruzione, giustizia e ricerca messi insieme). Maggiori finanziamenti sono certamente benvenuti ma ritenere che la soluzione automatica dei problemi sia l’aumento della spesa è una illusione, se non un alibi. La soluzione deve partire dal rispetto delle regole e da un rinnovato ruolo del Ministero della Salute (da troppi anni semplice mediatore dei molti interessi regionali, non tutti trasparenti) che approvi finalmente una politica sanitaria e di salute su base pluriennale, che controlli rigorosamente l’operato delle Regioni sul territorio e che intervenga in modo attivo, tempestivo e se necessario sostitutivo.
L’Associazione Coscioni ha predisposto da tempo proposte generali di sistema e specifiche di settore adeguate alle esigenze di salute della popolazione. Tengono conto 1) dell’evoluzione demografica e dell’accresciuto peso del settore cronicità-disabilità-non autosufficienza rispetto alla tradizionale concentrazione sulle cure per acuti, 2) della necessità di consolidare fortemente i temi della Salute Mentale e di tutti i servizi connessi, 3) del funzionamento della medicina territoriale (intesa come filtro e giusto indirizzamento al resto del sistema) secondo le esigenze dei cittadini. Nell’individuare e attuare gli interventi sul Ssn vanno rispettate alcune condizioni. Il tempo di realizzazione è uno dei fattori essenziali; è del tutto inutile programmare e finanziare interventi che richiedono tempi indefiniti, lunghissimi o contraddittori rispetto agli obiettivi dichiarati. Se le regole di realizzazione dei programmi non consentono una realizzazione in tempi utili, vanno cambiate le regole prima di procedere ad annunci e finanziamenti destinati a restare solo sulla carta. È importante far funzionare quanto di buono già esiste: disinteressarsi di quello che non funziona e proporre sempre nuove aggiunte al sistema (con nuove sigle, nuovi incarichi, nuove funzioni...) è solo un palliativo destinato a rivelarsi (passato l’effetto eccitante) una illusione.
*Docente al Politecnico di Milano, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni
**Segretaria Associazione Luca Coscioni










