di Francesca Fagnani
La Stampa, 5 settembre 2024
Le celle scoppiano. Di detenuti, sempre troppi rispetto alla capienza prevista, di rabbia, che esplode nelle rivolte sparse in tutta Italia, di fragilità e di abbandono, che si misura nella drammatica conta annuale dei suicidi. Che un terzo della popolazione carceraria sia rappresentato da detenuti con problemi di dipendenza da droga e alcool è un fatto noto e di certo non solo italiano, in America per esempio con l’invasione del Fentanyl la situazione è perfino più critica che altrove. Rispetto a questa delicata questione, l’attuale decreto carceri prevede come soluzione il trasferimento dei detenuti tossicodipendenti in comunità di recupero, previa ovviamente l’approvazione delle autorità giudiziarie. Giusto, anzi sacrosanto. La tossicodipendenza infatti secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità è “una malattia cronica e recidivante” e come tale va trattata, con le terapie e nei luoghi opportuni, che non sono certo le carceri, dove troppo spesso si rischia di condurre una guerra, dall’esito scontato, non contro la droga, ma contro i tossicodipendenti. Favorire l’ammissione di questa fascia vulnerabile in strutture terapeutiche dunque sembrerebbe una scelta giusta, a tutela del diritto di tutti a curarsi, come dispone la nostra Costituzione.
Aiuterebbe tra l’altro ad alleggerire la pressione sulle celle, sempre che invece di depenalizzare alcuni reati minori, non se ne continuino ad introdurre di nuovi. Quindi teoricamente, su questo tema specifico siamo sulla strada giusta? Insomma, sì e no. Le criticità da affrontare infatti, prima che la legge entri in vigore, sono diverse e di non facile soluzione. Proviamo ad individuarne alcune.
Cominciamo con il dire che le comunità allo stato attuale non sono in grado di trasformare la legge in prassi per un semplice fatto: non ci sono posti sufficienti ad ospitare l’enorme flusso di persone provenienti dal carcere con problemi di dipendenza. Si pensi, solo per dare la misura, che Villa Maraini, che è una delle strutture più importanti in Italia e che ospita contemporaneamente il più alto numero di tossicodipendenti detenuti, ha 30 posti disponibili a fronte di 773 richieste provenienti da persone ristrette in carcere o dai loro familiari.
Va detto, tra l’altro, che non tutte le comunità sono ben disposte (anzi!) ad accogliere i detenuti ammessi alle pene alternative (al massimo ce ne sono tre, quattro per struttura) e che non tutte rispondono ai parametri fissati per questo tipo di ospitalità, che prevede innanzitutto una sorveglianza diversa rispetto agli altri ospiti.
Del resto, i centri terapeutici privati sono molto più numerosi di quelli pubblici, l’Italia infatti per anni non ha avuto alcuna politica sul tema del contrasto alle dipendenze, lasciando ampio margine di iniziativa ai privati e al terzo settore, i quali per fortuna e meritoriamente hanno riempito uno spazio lasciato vuoto dallo Stato, che però in alcuni casi non ha vigilato abbastanza così da scongiurare il rischio di alcune gravi distorsioni. Quali? A Roma e in provincia, così come in Campania (e non si esclude che lo stesso capiti altrove), è pratica comune a gran parte dei criminali di un certo calibro e con una notevole disponibilità economica farsi trovare al momento dell’arresto con una cartella clinica pronta, preparata per tempo da medici compiacenti (e ben oliati), in modo da garantirsi l’alternativa al carcere.
Le diagnosi quasi sempre riguardano fantasiose patologie psichiatriche e inesistenti dipendenze da sostanze e alcol. Addirittura, con una certa lungimiranza pezzi da novanta del crimine romano risultano iscritti, senza averne alcun bisogno, al Sert, il servizio del sistema sanitario nazionale (sempre in affanno), che oltre a prestazioni diagnostiche e terapeutiche, ha la competenza per certificare lo stato di tossicodipendenza, da inserire nella cartella clinica, che sarà inviata in caso di arresto alle autorità giudiziarie, le quali poi dovranno decidere sull’eventuale incompatibilità con il regime carcerario del soggetto in esame.
Va detto che solitamente i magistrati di sorveglianza, sempre sotto organico per l’immane mole di decisioni da prendere in breve tempo, difficilmente si prendono la responsabilità di contestare le certificazioni mediche, nonostante il parere delle Procure sia spesso contrario. Superato agevolmente il primo passaggio, dunque, il secondo sarà scegliere da parte di questi soggetti solitamente ben assistiti, proprio come fosse un albergo, la comunità di recupero dove trascorrere la misura alternativa al carcere. Il magistrato del resto può autorizzare l’ingresso in comunità anche quando a pagare non è il servizio sanitario pubblico, bensì il detenuto stesso e per i narcotrafficanti, si sa, trovare duemila euro mensili per la retta non è certo un problema, per quanto in un’intercettazione Ugo di Giovanni, grosso boss dei quartieri Magliana e Trullo, si lamenti dei costi di mantenimento che deve sostenere “per la famiglia, avvocati, perizie, comunità”. Corrompere costa. Il suo sodale gli risponde con sicurezza e disinvoltura che lo avrebbe raggiunto presto nella stessa comunità, potendo contare sul solito sistema: “Ci vediamo tra sei sette mesi lì in comunità da te, anzi stecchiamo pure la stanza”. “Noo pure in stanza”, gli risponde Di Giovanni ridendo.
Andrea Pacileo - medico di uno degli ospedali pubblici più importanti di Roma, il San Giovanni Addolorata- oggi è sotto processo per aver presentato alle autorità giudiziarie certificati falsi a favore di Elvis Demce, figura apicale e violentissima del gruppo degli albanesi a Roma; Demce si vantava al telefono del quadro clinico di tutto rispetto che Pacileo gli aveva apparecchiato, ben prima del suo arresto: “Bipolare, schizofrenico, paranoico, sociopatico, auto ed etero-lesionista… Me sto a butta’ pure a tossico. Solo questa me ce mancava, mo c’ho tutto. Alcolista e tossico”.
Andrea Pacileo effettivamente era a disposizione di molti: anni fa aveva seguito il trasferimento in comunità di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, il narcos ucciso nel Parco degli Acquedotti il 7 agosto del 2019. In comunità c’era finito pure Dorian Petoku, altro spietato capo della consorteria albanese, pur essendo astemio e, a quanto si dice, lontanissimo da qualsiasi droga.
Tra l’altro, nonostante il soggiorno nella comunità San Pio di Nola non fosse poi così spiacevole - circondato com’era da pregiudicati appartenenti al suo stesso gruppo e con quel viavai di amici con auto di lusso che passavano a rallegrarli, carichi di casse di pesce crudo e champagne - Petoku ad un certo punto era evaso, senza alcuna difficoltà, semplicemente sfilandosi il braccialetto elettronico, dopo essersi premurato due giorni prima della fuga di far uscire dalla comunità il suo cane, con il quale ovviamente aveva condiviso la permanenza lì.
L’elenco dei pescecani della mala romana che pur non soffrendo di alcuna dipendenza sono stati spediti senza troppi problemi in strutture terapeutiche è davvero lungo, da Giupeppe Molisso a Leandro Bennato, dai Casamonica ai Moccia, da Arben Zogu a Giancarlo Tei. Quest’ultimo, per tutti Lallo, pezzo grosso di Tor Bella Monaca, diceva al telefono: “a Frate’, domani viene uno e ti fa un foglio che prima che andavi carcerato ti drogavi”.
Ad usufruire di questo metodo sono quasi tutti gli appartenenti al cartello del narcotraffico facente capo a Michele Senese, non a caso detto ‘o Pazzo, per la sua capacità negli anni di eludere il carcere grazie a ingegnose perizie che ne attestavano l’infermità mentale, pur essendo sano e lucidissimo. Poi ovvio ci metteva anche del suo, come quando un giorno si è svegliato fingendo di parlare tedesco, pur non avendolo mai studiato.
Per di più, va sottolineato come le comunità scelte dai criminali romani siano quasi sempre le stesse, tra cui per esempio spiccano per assiduità il Merro e Magliana80 (non sarà mica il caso di dare un’occhiata?), da cui i più importanti esponenti della mala hanno continuano indisturbati a comandare i loro uomini e a trafficare chili di narcotico, per ironia della sorte proprio da quei luoghi dove invece si dovrebbe combattere proprio la dipendenza dalla droga.
Al netto della gravissima situazione di illegalità generata da questa prassi, la considerazione più triste da fare è che la presenza di falsi tossicodipendenti toglie spazio a quei ragazzi, detenuti o meno, che davvero ne avrebbero bisogno e che non hanno la possibilità né di entrare (vista la carenza dei posti disponibili) né tantomeno di scegliersi come altri la struttura che preferiscono, non potendo pagarsi la retta.
Un sistema corrotto e iniquo che si tiene in piedi su una rete di professionisti collusi e sulla disponibilità dei titolari di alcune comunità totalmente addomesticati ai desiderata dei criminali, che si comportano anche lì da padroni (e se invece in qualche caso e in qualche modo lo fossero veramente?).
La nota vicenda delle cooperative di Salvatore Buzzi (che si occupavano di dare lavoro agli ex detenuti), emersa nell’inchiesta Mondo di Mezzo, del resto, ci ha insegnato che quando il welfare viene delegato dalle Istituzioni, che se ne dovrebbe far carico, ai privati, ci si affida alla loro buona (quasi sempre) o cattiva volontà. Che un ex detenuto venga reinserito nel tessuto sociale come prevede la Costituzione piuttosto che tornare a delinquere è dovere e interesse di Salvatore Buzzi o dello Stato?
Lo stesso vale per le comunità di recupero, che negli anni, va ribadito in tutti i modi possibili, hanno dato una seconda chance a chi da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Esiste tuttavia una falla pericolosissima nel sistema che va sanata quanto prima, nel rispetto di chi da quelle dipendenze è davvero e drammaticamente affetto e di chi alla loro cura ha dedicato onestamente la propria vita.
Negli ultimi anni la valanga di richieste di trasferimento in comunità da parte di chi ha compiuto reati di tipo associativo è quanto meno sospetta e tra l’altro non rientra nell’elenco dei reati tipicamente connessi alla tossicodipendenza (piccolo spaccio, furti e rapine). Non sarà opportuno per esempio valutare in alcuni casi (art. 74 e 416) con maggiore cautela l’ammissione a tale beneficio, così da riservarlo solo a chi ne ha bisogno, escludendo chi se ne approfitta e anzi lo utilizza per continuare a delinquere a spese dello Stato?









