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di Davide Imeneo*

Corriere della Sera, 22 aprile 2025

Il 21 giugno 2014 Mario Bergoglio in visita pastorale in Calabria è intervenuto su una delle più brutali manifestazioni della ‘ndrangheta: l’assassinio del piccolo Cocò Campolongo. Nel giorno della sua morte la Calabria ricorda papa Francesco con gratitudine e commozione. Non solo per le sue parole di misericordia, non solo per l’attenzione agli ultimi, ma per un gesto che ha segnato una svolta epocale: la scomunica pubblica e inequivocabile ai mafiosi, pronunciata nel cuore del Meridione, a Cassano allo Ionio. Era il 21 giugno 2014, e Jorge Mario Bergoglio si trovava in visita pastorale in una Calabria ferita da una delle più brutali manifestazioni della ‘ndrangheta: l’assassinio del piccolo Cocò Campolongo, ucciso a tre anni e bruciato con il nonno in un’auto. A Cassano, il Papa incontrò i detenuti, i giovani, i malati, i poveri. Ma fu durante la Messa, celebrata davanti a migliaia di fedeli, che il suo grido risuonò con forza inaudita. “Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati”.

Una frase che fece il giro del mondo. Non si trattava di una mera denuncia, ma di un atto pastorale e teologico che sanciva la radicale incompatibilità tra Vangelo e criminalità organizzata. Per la prima volta un Papa, dal Sud dell’Italia, pronunciava in modo così diretto la parola “scomunica”, collocando la mafia fuori dal popolo di Dio. Quella presa di posizione - incisiva, profetica, irrevocabile - non fu un gesto isolato. Francesco proseguì nel suo pontificato favorendo un’azione di purificazione delle devozioni popolari, accolta poi dalle singole diocesi e dalle conferenze episcopali regionali. La ‘ndrangheta, così come altre organizzazioni mafiose, a volte aveva goduto di un’ambigua tolleranza. 

Con Cassano, tutto cambiò. Le parole di Francesco non furono solo un gesto comunicativo efficace, ma una vera e propria svolta nel magistero petrino, il completamento di un percorso iniziato da San Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993, quando disse, rivolto ai mafiosi: “Un giorno verrà il giudizio di Dio!”. Se Wojtyła lanciò l’ultimo avvertimento, Francesco dichiarò la rottura: chi sceglie la mafia sceglie la morte spirituale. In quella stessa omelia, Francesco parlò della ‘ndrangheta come “adorazione del male e disprezzo del bene comune”, un culto idolatrico del potere e del denaro. Il messaggio era chiaro: non ci può essere spazio per ambiguità tra fede e criminalità.

La Chiesa - anche grazie al magistero di Francesco - si è fatta “ospedale da campo” anche nel contrasto alla mafia, camminando accanto ai familiari delle vittime, sostenendo le cooperative che utilizzano beni confiscati alle mafie, educando i giovani alla legalità.

Oggi, mentre la Chiesa universale piange la scomparsa del Papa venuto “quasi dalla fine del mondo”, la Calabria lo ricorda come colui che ha tracciato una linea netta tra il bene e il male, restituendo dignità al Vangelo. La scomunica dei mafiosi fu un gesto di sollievo verso un popolo schiacciato dalla paura, un’esortazione alla conversione, una difesa della fede autentica. Papa Francesco ha lasciato alla Chiesa - e all’Italia - un’eredità che non può essere ignorata: la profezia della verità, anche quando costa.

*Direttore Avvenire di Calabria