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di Alessandro Cannavò

Corriere della Sera, 11 settembre 2025

I lavori di consapevolezza a Bollate: “I reati di natura sessuale sono quelli con il più alto tasso di negazione”. Quanto vorrei essere utile per rintracciare e fermare qualcuno che sta per commettere il mio reato “. In 25 anni di lavoro, per Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa del carcere di Bollate, questa frase pronunciata da più detenuti condannati per femminicidio, resta una delle più belle e potenti nel dimostrare i segni di un cambiamento. Bezzi partecipa a “L’educazione affettiva degli InVisibili”, l’incontro in programma sabato 13 settembre alle 16.3o, che avrà come ospiti anche il direttore generale della Fondazione Reggio Children Christian Fabbri e Martina Fuga, presidente di Coordown.

Il mondo delle carceri, dell’infanzia (attraverso una rete di asili-modello) e della disabilità per trattare da punti di vista meno considerati, un tema- chiave nei rapporti tra maschi e femmine. A Bollate gli autori di femminicidi, reati sessuali e maltrattamenti sono circa un quinto dei 140o detenuti. “Il primo lavoro da fare è stabilire un percorso di consapevolezza del reato - spiega Bezzi. L’obiettivo è fornire gli strumenti che anticipino un’eventuale recidiva. Seguiamo il modello messo a punto dall’Istituto Pinell di Montreal, pioniere nell’intersezione tra la psichiatria forense e il sistema giudiziario.

Abbiamo due équipe, la UTI (Unità di Trattamento Intensivo) per chi ha commesso un reato sessuale e la UTM (Unità di Trattamento per i Maltrattamenti). C’è poi un lavoro trasversale psicologico sulla consapevolezza. Le unità coinvolgono criminologi, psicologi, educatori, psicodiagnostici e un’arteterapeuta”. Chi accetta di farsi aiutare, si sottopone a vari tipi di terapie collettive, come la hot seat, la sedia calda, in cui si è pronti alle domande senza barriere non solo degli operatori ma anche degli altri detenuti. C’è inoltre una presa in carico di coloro che usufruiscono di misure alternative o hanno finito la pena. Fra tutti i reati di cui gli operatori di Bollate devono occuparsi, quelli di natura sessuale o per maltrattamenti hanno il più alto tasso di negazione. “È qui è il grande problema culturale - riprende Bezzi. Non è che si neghi l’atto, non lo si considera come reato. Osi adduce come giustificazione la provocazione di lei”.

Ma Bezzi mette in luce anche un altro aspetto: “Il rapporto patologico di succubanza della ex vittima con il reo. Ci sono donne che continuano a portare il sugo in carcere ai compagni violenti. Mentre lavoriamo sulla consapevolezza, c’è il rischio che loro si raccontino un’altra storia”. Ma qual è la concezione della donna oggi nelle carceri? “Dipende dalla cultura di provenienza. Una cosa è certa: qualsiasi azione noi facciamo, vanno dati sempre messaggi di parità di genere. Per quanto riguarda, invece, le detenute, devono essere educate alla emancipazione, nel loro vissuto hanno spesso storie complementari all’uomo violento”.

La ormai copiosa presenza femminile in ruoli-guida nelle carceri, dalla direttrice alla capa della polizia, penitenziaria alle dottoresse è un altro elemento che aiuta il cambiamento. “Nella cultura penitenziaria si porta in genere rispetto al mondo civile che è qui per aiutarti. E se chi ti aiuta è una donna, questo favorisce un’evoluzione culturale”. Bollate si appresta, inoltre, a mettere in atto le disposizioni sul diritto all’affettività dei detenuti sancite da una sentenza della Corte Costituzionale. “Ma nessuna nuova opportunità avrebbe senso se non ci fosse, come qui, un clima di relazioni sane, che si basano su una fiducia reciproca tra noi e i detenuti”.