di Alessandro De Angelis
La Stampa, 23 aprile 2026
Il festival della confusione a destra e a sinistra la fiera delle ambizioni, a un mese dalla scossa nessuno mette in pista una vera iniziativa politica. Volendo fare un bilancio, a un mese esatto dalla grande scossa referendaria dello scorso 23 marzo, si potrebbe dire, con linguaggio d’antan, che la fase è oggettivamente cambiata, come ricadute e clima. Lo è meno però, soggettivamente, come capacità degli uni e degli altri - ben al di là degli umori di depressione o euforia - di mettere in campo una vera iniziativa politica, come risposta o in scia alla scossa. Da un lato è il “festival della confusione”, ben rappresentato dal pasticcio di un decreto per correggere il decreto. E ci risiamo con le norme bandiera e con la narrazione securitaria. Dai rave in poi, finora ha prodotto solo una valanga di nuovi reati. Insomma, il “dopo” referendum assomiglia tanto al prima.
L’agenda non è affatto cambiata in quanto a primato del messaggio identitario sulla visione di governo. E infatti, a completare il quadro, i titoli li dà Ignazio La Russa col solito spartito alla vigilia del 25 aprile, più che l’annunciato pacchetto di misure, al momento un po’ scarico, in vista del Primo Maggio per affrontare la vera emergenza nazionale, resa più urgente dalla congiuntura internazionale: non l’immigrazione, ma i bassi salari e la crescita inesistente, recepita da un austero Dfp.
Dall’altro è la “fiera delle ambizioni”. L’unica discussione prodotta, poi sgonfiatasi, è stata sulle primarie o sul metodo per scegliere il “chi guida”. E, come se si fosse già vinto, è partita la competizione tra i vari leader del campo largo, ognuno con la sua personale campagna intra-moenia. Tutti insieme solo alle parate ufficiali, come alla festa della Polizia per la prima volta in questi anni, altro segnale di ebbrezza da governo imminente. Anche qui, il “dopo” che assomiglia tanto al prima, in tutto, se non nel tasso di euforia. L’uno, Giuseppe Conte si promuove, con un libro stampato per l’occasione, dove re-indossa la presidenzial pochette. L’altra, Elly Schlein lancia una “piazza per la pace” per fare titolo (a proposito, che fine ha fatto?) e si promuove al vertice del Pse a Barcellona, dove stavolta non era in un panel collettivo, ma al posto d’onore prima del discorso di Pedro Sanchez.
E poi, per i giornali patinati, c’è l’ambizione no limits di Silvia Salis. Non c’è che dire: tempi da record olimpico per sognarsi a palazzo Chigi, a soli dieci mesi dalla sua elezione a sindaco di Genova. Qui, se possibile, siamo oltre la politica, anzi siamo all’idea tutta antipolitica di una leadership che si costruisce sulla popolarità mediatica e sui like. Al suo posto dei contenuti c’è una sceneggiatura in posa, tra scarpe costose e occhiali fashion indossati durante un concerto tecno, sgambate alla maratona cittadina e una copertina di Vanity Fair, con l’aria di chi si ama e si compiace.
L’elemento di simmetria, in entrambi gli schieramenti, è l’assenza di una riflessione sul “che fare”, che muova proprio dall’elemento strutturale del cambio di fase: l’incrinarsi, in Europa, dell’onda sovranista come reazione al trumpismo. Giorgia Meloni, spiazzata e paralizzata, è stata letteralmente salvata dal Santo Padre nel dopo-voto. La scomunica di Trump al Pontefice, che l’ha costretta a una presa di distanza costatale a sua volta un’altra scomunica, è stata la sua benedizione cui si è aggiunta, come benedizione aggiuntiva, l’indecente insulto del megafono del Cremlino, peraltro proprio mentre in Italia da Salvini a Conte a pezzi di Confindustria si ricominciava a parlare di gas russo.
Manna dal cielo in un mondo sotto choc, che consentono di apparire distante dagli Stati Uniti e in contrasto coi russi. E che potrebbero avere un effetto liberatorio rispetto all’ossessione del famoso ponte (ormai franato), determinata proprio dal timore di una reprimenda trumpiana. Ecco, ora Giorgia Meloni è al bivio, tra barcamenarsi, in nome di quella coerenza per cui cambiare è un po’tradire o trasformare ciò che è stato subìto in “svolta”: dopo l’abbraccio con Macron, ricalibrare sul “sovranismo europeo” la bussola politico-sentimentale per un mondo che vive lo strappo con l’angoscia della perdita di un pezzo di sé. E quanto pesi la trappola identitaria lo si è visto proprio sul decreto sicurezza.
Se ci fosse una alternativa in fieri, coglierebbe l’attimo rispetto a un quadro di sfarinamento che, dalla macro-storia, si riverbera dentro una maggioranza ove si capisce che il bastone del comando, pur non essendo in discussione, è meno saldo di prima, soprattutto sulla via che conduce a Cologno Monzese. E invece, in mezzo a tante sedute spiritiche sull’Ulivo, sfugge l’essenziale. Che quella fu una costruzione politica, attorno a un’idea di paese, figlia di rotture e, anche qui, di “svolte” dentro i partiti che ne diedero vita. Non dell’inerzia declamatoria di leader che, un mese dopo il voto, ancora non si sono visti in una stanza buttare giù qualche idea su un foglio. Vale anche per loro: le elezioni si giocano sul dossier internazionale - compresa la rimossa questione Ucraina - e sulla crisi economica. A differenza del referendum non basta un “no”.











