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di Sandro Trento*

Il Domani, 22 aprile 2026

Negli ultimi anni, anche grazie al Pnrr, l’Italia ha investito molto in edifici e digitalizzazione. Interventi importanti, ma non sufficienti. Il nodo centrale non è però infrastrutturale. È didattico e organizzativo. L’intesa economica del nuovo contratto nazionale della scuola, firmata il 1° aprile, interviene ancora una volta in modo lineare sulle retribuzioni. È un passaggio importante. Ma non è lì che si gioca la partita. Negli ultimi anni la scuola è tornata al centro dell’attenzione pubblica: rinnovi contrattuali, risorse aggiuntive, investimenti del Pnrr su edifici e digitalizzazione. Ma il nodo principale resta sostanzialmente invariato: il legame tra ciò che il sistema assorbe e ciò che produce in termini di competenze.

È qui che il confronto internazionale aiuta a mettere a fuoco il problema. La Finlandia è diventata negli anni una sorta di mito educativo europeo. In parte a ragione, in parte per semplificazione. Ma c’è un fatto che conta più di ogni narrazione: è un sistema che riesce a portare la grande maggioranza degli studenti a un livello solido di competenze, con divari contenuti. Non è solo una percezione. È ciò che emerge dalle indagini del Programme for International Student Assessment dell’Oecd. Nei dati più recenti, pubblicati nel 2023, la Finlandia si colloca sopra la media Ocse: circa 484 punti in matematica contro 472.

L’Italia è sostanzialmente in linea, con circa 471 punti. Ma il punto non è la media. È la distribuzione delle competenze. La dispersione scolastica è in calo, ma non per merito del governo In Italia circa il 30 per cento degli studenti non raggiunge il livello minimo in matematica. In Finlandia questa quota è sensibilmente più bassa e, soprattutto, la dispersione dei risultati è molto più contenuta. È qui che il confronto diventa rilevante.

Non è una questione di eccellenze, ma di base. I dati nazionali confermano lo stesso quadro. Secondo le rilevazioni Invalsi, alla fine della scuola superiore solo poco più della metà degli studenti raggiunge livelli adeguati in italiano e matematica. Tra il 40 e il 50 per cento non possiede competenze di base sufficienti. Non è un problema di abbandono. La dispersione scolastica esplicita è scesa all’8-9 per cento. Il problema si è spostato: è diventato meno visibile e più strutturale. È la dispersione implicita: studenti che arrivano al diploma senza aver davvero appreso. Questo è il nodo centrale della scuola italiana oggi.

E non è distribuito in modo uniforme. I divari territoriali restano molto ampi: nel Nord oltre il 60 per cento degli studenti raggiunge livelli adeguati, in molte aree del Mezzogiorno si scende sotto il 50. Il sistema, in altre parole, non compensa le disuguaglianze di partenza. Tende a riprodurle. L’Invalsi nel curriculum: come confondere il merito con il privilegio Un sistema da riformare I dati Pisa 2022 mostrano un peggioramento generalizzato dopo la pandemia. Ma nei sistemi più solidi il calo non rompe la struttura; in quelli più fragili rischia di consolidare i divari. La scuola italiana ha migliorato l’accesso e ridotto l’abbandono, ma non ha rafforzato a sufficienza le competenze di base. Ha affrontato il problema quantitativo, non quello qualitativo. Il confronto con la Finlandia aiuta a capire perché. La differenza non sta solo nelle risorse, ma nella coerenza del sistema: selezione e formazione degli insegnanti, didattica orientata alle competenze, intervento precoce sugli studenti in difficoltà. In Italia questa coerenza è più debole.

La didattica resta spesso centrata sulla trasmissione dei contenuti più che sul loro uso. Le prove Invalsi e Pisa, che misurano comprensione e capacità di applicazione, rendono evidente questo scarto. A questo si aggiunge la difficoltà di gestire classi sempre più eterogenee, con strumenti ancora limitati per intervenire in modo mirato. Tutto questo sarebbe già un problema serio. Ma oggi siamo nel mezzo di una trasformazione tecnologica che sta cambiando il valore delle competenze. Un recente lavoro del Brookings Institution mostra che negli Stati Uniti il 43 per cento dei lavoratori utilizza già strumenti di intelligenza artificiale, contro circa il 32 per cento in Europa e meno del 30 per cento in Italia. Il punto, però, non è la tecnologia.

È la capacità di usarla. L’intelligenza artificiale aumenta il valore delle competenze cognitive: comprensione del testo, capacità analitica, uso degli strumenti. Sono esattamente le competenze su cui il sistema educativo italiano mostra le maggiori fragilità. Un sistema che lascia una quota ampia di studenti sotto la soglia minima non riduce solo le opportunità individuali. Riduce la capacità del paese di trasformare l’innovazione tecnologica in produttività.

Abbandono scolastico, costi alti e pericoli sulla sicurezza: i danni nascosti delle “classi pollaio” Negli ultimi anni, anche grazie al Pnrr, l’Italia ha investito molto in edifici e digitalizzazione. Interventi importanti, ma non sufficienti. Il nodo centrale non è però infrastrutturale. È didattico e organizzativo: cosa accade in classe, come si insegna, come si selezionano e si formano gli insegnanti, come si interviene sugli studenti in difficoltà. La lezione dei dati è semplice, ma difficile da eludere. Possiamo continuare ad aumentare le risorse. Possiamo rinnovare contratti. Possiamo investire in infrastrutture. Ma senza un cambiamento reale nel funzionamento del sistema, il risultato non cambierà. Aumenti lineari in entrata. Risultati diseguali in uscita. È qui che si misura, oggi, il limite della scuola italiana.

*Economista