di Gianna Fregonara e Orsola Riva
Corriere della Sera, 19 settembre 2025
L’Italia è rimasta uno degli ultimi Paesi in Europa in cui non è una materia obbligatoria. D’accordo, la scuola non è una miniera, ma la metafora scelta dalla logopedista Rossella Grenci nel suo ultimo saggio è intrigante e suggerisce, in questo inizio di anno scolastico, più di una riflessione sulle continue occasioni perse con i nostri studenti. Il libro si intitola La scuola dei canarini, dove i canarini sono gli studenti difficili, distratti, fragili, inconcludenti, quelli che ti viene la voglia di mandarli al diavolo, dal preside e poi all’esame a settembre. Proprio loro invece, come gli uccelli canterini che i minatori si portavano sottoterra perché sentivano per primi se c’era una fuga di gas e permettevano di mettere tutti in salvo, dovrebbero far scattare l’allarme: gli alunni deboli, con i loro inciampi, il loro essere un po’ fuori dalle regole e dalla norma, segnalano agli insegnanti se la strada scelta per fare lezione è quella giusta o se invece è meglio tornare indietro e cercare altre vie, altri modi per farsi davvero capire.
La scuola italiana, come sottolinea anche la ricerca di Teha Group presentata domenica scorsa al Forum di Cernobbio, diventa sempre meno efficace man mano che gli studenti procedono negli studi: la mancanza di coordinamento tra le discipline che vengono ancora proposte come isole separate e la didattica che è rimasta trasmissiva come cent’anni fa, a dispetto dei buoni propositi di tante riforme, rendono faticoso il percorso degli studenti. Non solo: manca un canale di comunicazione per riuscire a raggiungere davvero una platea di adolescenti “che vivono un periodo di grande trasformazione fisica emotiva e sociale”. “Il sistema scolastico - conclude lo studio - non è attrezzato per accompagnarla”.
Ci vorrebbe uno sguardo diverso. Difficile che la nuova stretta sulla condotta o la tolleranza zero con i telefonini anche alle superiori (da quest’anno è vietato buttare un occhio allo smartphone perfino durante l’intervallo) bastino a fare il miracolo di catturare l’attenzione dei ragazzi sprofondati nel loro sguardo catatonico, come ha efficacemente detto il pedagogista Daniele Novara.
La logica del divieto, poi, non sempre funziona. Premesso che l’elenco dei rischi legati all’iperconnessione digitale è pressoché infinito, ce n’è uno particolarmente delicato, che non può essere affrontato solo in questo modo. È quello legato alla pornografia e alla facilità con cui i minori riescono ad accedere a contenuti anche molto violenti. Diversi studi mostrano che gli adolescenti esposti con regolarità a questo tipo di video sono più portati ad avere atteggiamenti aggressivi e sessisti. Un problema che, a giudicare dai recenti fatti di cronaca, non riguarda solo loro (una delle due piattaforme per soli adulti chiuse nelle ultime settimane contava 700 mila iscritti). Mai come oggi l’espressione “educazione sessuale” appare piena di senso. Eppure l’Italia è rimasta uno degli ultimi Paesi in Europa (perfino Spagna e Irlanda hanno capitolato) in cui non è una materia obbligatoria. Da quest’anno, anzi, per qualsiasi tipo di attività didattica che riguardi argomenti connessi alla sfera sessuale è richiesto il consenso preventivo delle famiglie. Famiglie che invece sarebbero favorevoli a introdurla nel curriculum (al 70% secondo il sondaggio Coop-Nomisma). Che cosa stiamo aspettando?











