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di Giovanni Ribuoli*

Il Domani, 9 febbraio 2026

La reclusione minorile è tornato a essere un fatto socialmente accettato, incoraggiato con decisione anche dal legislatore a partire dal Decreto “Caivano” nel 2022. Mentre sono più numerosi gli ingressi negli Ipm, ci si domanda: quale educazione al chiuso? La detenzione: carcere o arresti domiciliari? Nessuno dei due, perché non permettono la frequenza a scuola e la continuità di un percorso educativo. Questa linea di difesa è stata presentata con successo da un avvocato in un caso recente, tornato sotto i riflettori per una critica di Maurizio Belpietro (La Verità, “Per favore questa volta non liberate i delinquenti”, 2 febbraio).

Ma in carcere non si va a scuola lo stesso? Stiamo parlando di minori autori o indiziati di reati. Non interessa qui il dibattito che riguarda il potere giudiziario. Sì, a scuola si va anche “al fresco”. “La scuola è aperta a tutti” (articolo 34 della Costituzione) significa che dove non si possa uscire sta alla Repubblica aprirne una.

E perciò grave stabilire che carcere o arresti domiciliari interrompano la frequenza scolastica e non contribuiscano a una progettazione educativa adeguata. Proprio perché si parla di minorenni, a volte in obbligo scolastico. in carcere, anche nel carcere minorile, la scuola esiste, tra molte difficoltà. Almeno ufficialmente non lo si chiama “carcere minorile”, perché la dicitura “Istituto penale per i minorenni” (Ipm) vuol ricordare che non è un carcere.

L’amministrazione deve evitare le logiche che caratterizzano la reclusione degli adulti. Con quale risultato? “Completamente positivo” è una risposta falsa, che non darebbe sinceramente nessun operatore del settore - dai reparti della penitenziaria al personale medico, passando per educatori, funzionari e addetti dei servizi sociali o insegnanti.

Le violenze ripetute nelle nuovissime sezioni minorili a L’Aquila e il proseguire dell’inchiesta a carico di alcuni operatori dell’Ipm di Milano hanno rinnovato una domanda su quale sia lo stato attuale della detenzione minorile firmata da Luca Rondi (Altreconomia 289, “Non è giusto”) propone uno sguardo a partire dal corpo della Polizia penitenziaria mentre si intitola “Senza respiro” il puntuale XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, che dedica alla detenzione minorile uno spazio a sé.

Anche in questo dibattito che torna ad essere vivace, però, non si alzano più voci sullo scandalo della reclusione dei minori. È tornato a essere un fatto socialmente accettato, incoraggiato con decisione anche dal legislatore a partire dal Decreto “Caivano” nel 2022. Mentre sono più numerosi gli ingressi negli Ipm, ci si domanda quale educazione al chiuso?

Quale scuola “al fresco”? “Al fresco” non è soltanto un’espressione metaforica perché di freddo anche negli Ipm se ne sente parecchio. Le strutture non sono in buone condizioni, gli spazi comuni (quando ci sono) sono raramente utilizzabili, o per carenza di personale o per carenza di manutenzione o ancora perché i numeri dei partecipanti sono troppo esigui.

Le attese sono lunghe, poi, mentre il tempo non andrebbe perso. Com’è possibile tutto questo? Come risolvere la contraddizione tra principi costituzionali e realtà? La grande assente è la progettazione, to testimoniano le violenze negli istituti più grandi (Milano e Roma) e in quelli più piccoli (Torino, L’Aquila).

Chi ci lavora sa bene che basta un breve periodo di assenza di progettualità a trasformare un Ipm in un carcere non in piena regola, ma con parecchie regole in meno. Mentre la legislazione ripropone la detenzione e l’inasprimento delle pene detentive anche per i minorenni, non si vede all’orizzonte una proposta di rieducazione (art. 27 Cost.) specialmente per il mutato contesto minorile.

Nel frattempo, alla scuola “di fuori” si chiede tutto, sempre a saldi e organici invariati, supplente del mondo adulto assente giustificato, vicaria delle funzioni familiari, segnalatrice e scrutatrice delle situazioni marginali e, da ultimo, convocatrice di ispezioni prefettizie nelle aree a rischio. Il che dà da pensare, perché un addetto alla sicurezza riconoscerebbe presto negli edifici pericolanti o malsani e nelle classi troppo affollate i fattori di rischi più gravi.

Gli Ipm, l’educazione e la scuola “al fresco”, però, non possono semplicemente frenare la rabbia che la detenzione moltiplica negli adulti come nei minorenni. Senza dialogo pedagogico, senza alternative alla criminalità, ogni legislazione e zoppa. Allora Ipm diventa un nome di comodo per un carcere con sempre meno regole. Dietro l’angolo, dentro questo vuoto, c’è un rischio grave per la società intera. Trasformare l’esecuzione penale per i minorenni in una semplice attesa dei fine pena (sempre più lontani) significherebbe dar ragione a un giovane autore di reato, che a pochi giorni dal processo, appena conclusa una lezione, continuava a ripetere che non gli interessava quanto tempo avrebbe passato lì dentro, “in questo posto schifoso”. Ripeteva che fuori lo aspettava un posto altrettanto schifoso come per la scuola “di fuori”, non basta pio che in Ipm tante persone continuino a lavorare per “tendere alla rieducazione del condannato”.

*Insegnante nell’Ipm di Casal del Marmo (Roma)