di Eraldo Affinati
La Stampa, 23 marzo 2025
A scuola non contano i metodi, bensì la qualità della relazione umana che si riesce a realizzare: questa chiara consapevolezza è presente, con stili e sensibilità diverse, in tutti i grandi educatori del XX secolo, da John Dewey a don Lorenzo Milani. Purtroppo, nonostante i convegni e i proclami, anzi spesso proprio a causa di certe contrapposizioni ideologiche precostituite, se ci limitiamo a considerare i fondamenti strutturali dell’istruzione pubblica, non solo italiana, le formidabili intuizioni di Maria Montessori e Mario Lodi, Albino Bernardini e Alberto Manzi, per citarne solo alcuni, sono rimaste in gran parte non dico voci inascoltate, ma, nel migliore dei casi, irraggiungibili stelle comete capaci di brillare solo in alcuni firmamenti speciali, fuori e dentro l’istituzione, pronte a svanire oltre i grigi tetti dei ministeri intitolati al Merito dove si fanno i veri giochi.
Da “Lettera a una professoressa” (pagina 127 della vecchia gloriosa Libreria Editrice Fiorentina): “Durante i compiti in classe lei passava tra i banchi, mi vedeva in difficoltà o sbagliare e non diceva nulla”. Chi, in tutta coscienza, può negare che in troppe aule del Bel Paese la situazione resti simile a questa evocata dai cosiddetti “piccoli montanari” di Barbiana? Poche righe dopo troviamo un’altra perfetta, indimenticabile sintesi della “finzione pedagogica”, basata sulle domande-trabocchetto, fatte apposta per ingannare l’interrogato, ancora imperante in molti licei e istituti tecnici e professionali: “Per contentare lei basta sapere vendere la merce. Non star mai zitti. Riempire i vuoti di parole vuote. Ripetere i giudizi del Sapegno con la faccia d’uno che i testi se li è letti sull’originale”. Dove la battuta più amabilmente perfida viene affidata alla nota a piè di pagina: “Sapegno = libro di storia della letteratura. Il suo autore ha letto molti libri. Li confronta tra loro e li giudica. I professori si contentano che si ripeta quello che dice lui”. A scanso di equivoci, chi ritenga che tale dichiarazione preludesse alla semplificazione libertaria di marca sessantottina, dovrebbe continuare a leggere il brano: “Un ragazzo che ha un’opinione personale su cose più grandi di lui è un imbecille. Non deve aver soddisfazione. A scuola si va per ascoltare cosa dice il maestro”. Come dimenticare la lettera spedita da don Milani a un professore di Vicchio che aveva organizzato la proiezione per gli studenti di Roma città aperta, finita in gazzarra? “Vi siete forse illusi di poter fare una scuola democratica? È un errore. La scuola deve essere monarchica assolutista e è democratica solo nel fine cioè solo in quanto il monarca che la guida costruisce nei ragazzi i mezzi della democrazia”. Ma allora come si fa a conquistare la fiducia degli allievi? Per prima cosa è necessario accorciare le distanze, staccandoci dagli scranni del ruolo che pure ci legittima, nel tentativo di avvicinarci agli studenti, senza illuderci che i test di orientamento ai quali essi hanno provato a rispondere a settembre possano aiutarci a conoscerli davvero. Dobbiamo essere molto più ambiziosi: scoprire la stazione di partenza di ognuno, talvolta anteriore alla nascita, ripercorrendo a ritroso il cammino degli adolescenti a cui ci rivolgiamo. Chi sono i tuoi genitori? Come trascorri i pomeriggi? Quali passioni ti attraggono? Gli educatori che assumono tale prospettiva non possono evitare di confrontarsi con le proprie motivazioni recondite: perché ho scelto di fare questo lavoro? Cosa voglio ottenere? C’è forse nel mio passato un nodo irrisolto da sciogliere? Così la trama dell’io s’intreccia fatalmente a quella del noi: la storia che ritenevi fosse soltanto tua, diventa comune; sfiori la radice a cui senti di essere legato e ti accorgi che stai facendo vibrare tutta la pianta. È la potenza dell’insegnamento che, quando si dipana nella verità del confronto autentico, non può venire ridotto a mera esecuzione del mansionario, chiamando in causa la dimensione più autentica della responsabilità, pre-giuridica, pre-sociale, pre-morale. Prendersi in carico lo sguardo degli scolari, nella prospettiva dell’I care, significa guidarli verso l’esplorazione del futuro che li attende, a loro stessi quasi sempre ancora ignoto.
Strumento essenziale per dialogare col nostro maestro interiore, secondo l’immortale lezione di Sant’Agostino, resta il linguaggio, assai più che un semplice mezzo di comunicazione: se la struttura verbale risulta incompleta, i nostri sentimenti sono destinati a restare grumi emotivi inespressi. Il che riguarda sia gli immigrati di prima generazione, impegnati a risolvere il medesimo problema dei bambini del Mugello, i quali svelarono al priore lo scandalo della povertà culturale, spingendolo a mettere sotto accusa la sua matrice borghese, sia i ragazzi italofoni apparentemente ben inseriti, eppure bisognosi di adulti in grado di incarnare i precetti che vogliono far rispettare. Pierino e Gianni, i due bambini sui quali si appuntava la riflessione milaniana, sono vivi e vegeti: l’uno privilegiato, con tutte le carte in regola, l’altro svantaggiato che annaspa nella retrovia polverosa. Non dobbiamo dividerli: è quanto cerchiamo di fare nelle scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della nostra lingua agli immigrati, formando gli studenti italiani come piccoli docenti dei loro coetanei arabi, africani, bengalesi, slavi, sudamericani. Questo vale tanto più oggi nel tempo della rivoluzione digitale.
La scuola dovrebbe ripristinare le gerarchie di valore nel grande mare del web, mostrando ai giovani quello che è importante rispetto a ciò che non lo è. Abbiamo bisogno di bussole di orientamento basate su valori etici in grado di legare pensiero e azione per rinnovare lo spirito profondo, vitalmente provocatorio, di don Lorenzo Milani: “La scuola costa poco, un po’ di gesso, una lavagna, qualche libro regalato, quattro ragazzi più grandi a insegnare, un conferenziere ogni tanto a dire cose nuove gratis”.











