di Luigi Ballerini*
Avvenire, 14 maggio 2026
Ciò che accade in aula e fuori, negli spazi comuni non è riducibile né riconducibile al solo evento verifica-interrogazione-voto. È molto di più. Quando i ragazzi parlano di scuola stanno raccontando un’esperienza a tutto tondo. Nella loro definizione non è solo il luogo dove si apprendono contenuti, è il posto in cui si cresce, si sta insieme, si fa amicizia, si conosce il mondo. Questo documenta in modo molto preciso quanto l’apprendimento sia affettivo. Non avviene mai in astratto, non si riduce a un mero passaggio di informazioni. Accade dentro le relazioni, dentro un clima, dentro un legame con chi insegna così come con i compagni di banco. Definiscono gli insegnanti delle “guide” e riconoscono in questo modo che si impara attraverso qualcuno, che non si può fare tutto da soli, che c’è bisogno di essere accompagnati. Tra l’altro dicono che la scuola è “principalmente” fatta dagli insegnanti. Trovo interessante che non traspaia una vena polemica o critica in questo, ma piuttosto un’aspettativa. I grandi a scuola non sono tanto tollerati o sopportati, quanto attesi, e sperati, come portatori di qualcosa di positivo.
Parlano inoltre di “imparare molte cose nuove”, di “aprire la mente”, di “conoscere il mondo” e qui si intravede un’idea attiva dell’apprendere. C’è qualcosa di più del ricevere, c’è l’appropriarsi. Apprendere significa davvero prendere: prendere pezzi di realtà, farli diventare propri, incorporarli. Il sapere entra nel soggetto e lo modifica, oltre una logica di semplice accumulo e stratificazione. Sapere in fondo è trasformarsi, è il fuori da me che una volta in me cambia il mio modo di leggere il mondo compreso il me stesso che ne fa parte. L’immagine della scuola come “casa del sapere” rafforza questa prospettiva. Vero, a scuola si va e poi si torna a casa, ma non è un puro luogo di transito o di passaggio e nemmeno di sosta inattiva, a scuola ci si sta, ci si abita. E di nuovo ci ricordano come per imparare serva permanenza, continuità, possibilità di sentirsi accolti e voluti e considerati. Allo stesso tempo, però, senza troppe mediazioni, introducono anche l’altra faccia, quella del carcere. L’alternativa posta è veramente interessante: luogo di costruzione, fatto di appuntamenti, aut luogo di costrizione, fatto di comandi.
Non può esistere una scuola davvero efficace nel trasmettere i saperi e nel far crescere persone solide senza che si costruisca una relazione autentica fra soggetti che ogni mattina si impegnano reciprocamente in un appuntamento. Serve un incontro fra soggetti disponibili, intenzionati a entrare in rapporto perché ne nasca qualcosa che prima non c’era. La cultura è infatti sempre un avvenimento, è un successo nel senso che succede, accade: prima non c’era, poi c’è. All’origine si trova sempre una proposta adulta che riesce a convincere e a smuovere l’interesse. Chi apprende però sceglie di aderire a tale proposta perché ne riconosce una convenienza per sé. Lo raccontava già Sant’Agostino nelle Confessioni (1.14) a proposito delle parole del latino nella sua infanzia: “Le imparai senza il peso di castighi e sollecitazioni, perché il mio cuore stesso mi sollecitava a dare alla luce i suoi pensieri. Ne emerge in modo abbastanza chiaro che per imparare queste nozioni vale più la libera curiosità che la pedante costrizione”.
Le volte infatti che nella scuola prevale la logica del puro dovere, dove si agirebbe per comando e non per interesse, il risultato è opposto: resistenza, chiusura, talora ribellismo. Si capisce allora come per alcune ragazze e ragazzi la scuola possa essere davvero vissuta come un carcere, ossia come un luogo in cui si sta solo perché si è costretti nell’attesa di scontare temporalmente una pena, e non perché possa accadere qualcosa, persino di imprevedibile, che coinvolga davvero. Tale scenario può prendere strade diverse nella coppia docente-discente, la principale da mettere al centro del dibattito sulla scuola. Nei ragazzi può tradursi in un ribellismo che porta a comportamenti oppositivi, talvolta eccessivi e persino inquietanti. Negli adulti che non ne colgono la dinamica può generare una risposta altrettanto rigida, fatta di controllo e irrigidimento, che li confina in una possibile spirale di tirannia difficilmente governabile, che va a scapito di tutti. Una spirale di azione e reazione che sostituisce la relazione educativa originaria. Lo scontro al posto dell’incontro, una insensata fatica al posto dell’interesse che muove. Carcere significa esperienza che non riesce più a generare adesione, partecipazione, mossa personale.
La metafora delle serie TV che i ragazzi usano nella definizione di scuola introduce una nota di leggerezza: ogni anno è una stagione, ogni giorno un episodio, pieno di imprevisti, di twists and turns come si dice nel linguaggio degli sceneggiatori. Alle ragazze e ai ragazzi a scuola accadono vicende, succedono cose che li riguardano, li espongono, li mettono alla prova, in qualche caso preventivabile, in altri no: le verifiche a sorpresa, le interrogazioni improvvise, le reazioni degli insegnanti. Questi ultimi poi non sono evidentemente tutti uguali, e forse sembra anche andare bene così: qualcuno pare uscito da un film horror, qualcun altro è fortunatamente più simpatico. Chissà se anche in questa varietà ne possano ravvisare una positività. Certo che il messaggio che arriva a noi adulti è potente. Proprio a noi che tendiamo sui giovani a fare riduzioni su riduzioni. La prima è considerare la sola prospettiva scolastica nella loro giornata.
La vita è fatta sì di scuola, ma anche di passioni, interessi, desideri, paure, ripensamenti, apprensioni, rapporti facili e difficili. Non che a scuola non si diano tutte queste cose, è che non accadono solo lì, esclusivamente lì. Esistono molti altri ambiti significativi per loro che sarebbe un errore non considerare, non favorire o peggio limitare e precludere. Attività e interessi come sport, musica, video, letture, cinema, serie tv costituiscono tutte occasioni di impegno con il reale, di rapporto con altri, di condivisione, di giudizio, e pure di studio e di competenze in senso lato, non necessariamente “cognitive”. Occasioni oltre la scuola, supplementari a essa, non alternative né tantomeno in competizione.
Noi genitori operiamo però anche una seconda riduzione, dalla quale ci mettono in guardia: possiamo infatti ridurre la scuola al voto. Ciò che accade in aula e fuori, negli spazi comuni come cortili, corridoi, palestre, bagni, segreteria, scale, bar, non è riducibile né riconducibile al solo evento verifica-interrogazione-voto. È tanto di più. La scuola è una vera e propria città abitata da giovani e adulti che vivono e trafficano insieme e in continuazione, una città con le sue regole e norme, le sue sanzioni, le sue consuetudini, il suo linguaggio, i suoi codici. La sua vita, insomma. Loro ce lo dicono forte e chiaro: la scuola è un laboratorio di comunità dove apprendere fa rima con vivere. E allora in essa ogni parola pesa, ogni atto pesa, ogni presenza pesa. Perché è lì, in quella città quotidiana che si impara che cosa significa stare con gli altri, fidarsi, esporsi, cambiare e crescere. Ma se quella città diventa fredda, inospitale, indifferente se non addirittura ostile non si spegne solo la voglia di studiare, potrebbe spegnersi anche quella di esserci, di sentirsi parte di una comunità, di partecipare. Sia nostra cura che non accada.
*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta










