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di Lorena Crisafulli

L’Osservatore Romano, 1 maggio 2022

Se in Italia l’accesso al mercato del lavoro si fa sempre più complesso anche per i giovani in cerca di prima occupazione, per un detenuto che sta finendo di scontare la sua pena lo è ancor di più, in quanto implica il superamento di barriere e pregiudizi dovuti alla sua condizione.

Così, Flavia Filippi, cronista giudiziaria del Tg Lai, da sempre a contatto con la realtà penitenziaria, ha pensato di avviare l’iniziativa di inclusione sociale “Seconda Chance”. ““Grazie al mio lavoro mi sono resa conto che in carcere finiscono spesso persone sfortunate che non hanno avuto la possibilità di scegliere altre strade o l’avvocato giusto. Volevo in qualche modo rendermi utile e ho chiesto a Gabriella Stramaccioni, Garante dei diritti dei detenuti di Roma Capitale, di accompagnarmi da Carmelo Cantone, Provveditore dell’amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise, per illustrargli il mio progetto di promozione della legge “Smuraglia” - ci spiega Flavia Filippi.

E così, il 27 gennaio 2021, il Giorno della Memoria, è partito tutto”. La legge n. 193 del 2000, cosiddetta “Smuraglia”, recante “Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti”, consente sgravi contributivi e fiscali in favore d’imprese e cooperative che impieghino detenuti in stato di reclusione o ammessi al lavoro all’esterno, in virtù dell’art. 21 dell’ordinamento penitenziario. La riapertura di ristoranti e attività legate alla gastronomia nel periodo successivo al lockdown ha incrementato notevolmente la richiesta di pasticcieri, cuochi, lavapiatti e camerieri, consentendo al progetto “Seconda Chance” di trovare un terreno più fertile rispetto agli esordi.

“A causa della pandemia e del conseguente stallo economico, un anno fa era più difficile trovare riscontro tra gli imprenditori, ma grazie alla ripresa qualcosa si è mosso e abbiamo iniziato a siglare i primi protocolli d’intesa con il Consiglio Nazionale delle ricerche, con l’Associazione nazionale costruttori edili, con l’Unione artigiani italiani, con l’Associazione nazionale comuni italiani, con l’Agenzia per il Lavoro Orienta”.

Hanno aderito favorevolmente al progetto anche realtà pubbliche come l’Istituto Superiore di Sanità dove, con il contributo del direttore generale Andrea Piccioli, sono stati assunti per un anno a partire da novembre tre uomini detenuti nel carcere di Rebibbia: Gennaro, Pasquale e Antonello. Inizialmente impiegati nella falegnameria storica dell’Istituto, oggi svolgono diversi lavori di riparazione e manutenzione all’interno e all’esterno dell’edificio. “Hanno verniciato le strisce dei parcheggi per i motorini e presto si occuperanno di restaurare la sirena d’allarme di San Lorenzo che suonò prima del bombardamento del luglio 1944 - ci racconta la giornalista. Dal momento in cui ho avviato questo progetto, ho ricevuto parecchi rifiuti da parte di titolari che preferivano non assumere detenuti, a volte è stato frustrante.

Durante i colloqui a Rebibbia, vedo le mani di questi ragazzi aggrovigliarsi nella speranza di ricevere un sì e se il feedback è negativo, la delusione è maggiore perché penso a tutte le aspettative che hanno riposto nella possibilità di avere la loro seconda chance. Ma per fortuna arrivano anche risposte positive che mi ripagano dell’impegno e degli sforzi profusi, come quella di Alessandro Cantagallo, proprietario di un ristorante all’interno dello spazio del museo Maxxidi Roma, che ha richiesto diverse figure: un elettricista, un idraulico, un manutentore, un aiuto cuoco, un runner e due addetti alle pulizie”.

Alcune resistenze da parte degli imprenditori sono legate al tipo di reato che i detenuti hanno commesso e al timore di una recidiva. Molti di questi uomini, infatti, si trovano in carcere per spaccio di stupefacenti o sono ex tossicodipendenti, alcuni alla fine del percorso detentivo, altri con diversi anni da scontare.

“Provengono da quartieri periferici della Capitale, Tor Bella Monaca, Torre Gaia, Ottavia, Fidene, e il fattore che li accomuna è la volontà di dimostrare di essere cambiati, di aver compreso i propri errori. Hanno tutti una gran voglia di riscatto. Alcuni hanno già usufruito di permessi premio, altri hanno lavorato in carcere presso la scuola di polizia penitenziaria o al bar degli agenti di custodia. Non vengono scelti a caso, c’è un’attenta selezione da parte dell’amministrazione penitenziaria a cui comunico le figure professionali per le quali ho ricevuto richiesta dall’esterno.

Solitamente si organizzano i colloqui a Rebibbia, dove l’ispettore Cinzia Silvano e le educatrici, guidate da Giuseppina Boi, individuano i detenuti potenzialmente corrispondenti ai profili ricercati. Il motore di tutto è Rosella Santoro, direttore del nuovo complesso di Rebibbia, che sin dall’inizio ha accolto favorevolmente la mia iniziativa - spiega la promotrice di “Seconda Chance”.

A ogni singolo detenuto viene fatto un colloquio sulle sue competenze, successivamente l’ispettore descrive all’imprenditore le caratteristiche peculiari della persona e il reato che ha commesso se lui non lo ha menzionato in precedenza. Io prendo appunti a penna, non si può portare altro, e a casa elaboro al computer le schede da inviare alle diverse aziende. Sono loro stesse poi a inoltrare all’amministrazione penitenziaria una richiesta formale contenente le mansioni che dovranno svolgere i detenuti e gli orari di lavoro.

Trascorsi all’incirca due mesi, quando il magistrato di sorveglianza dà parere positivo, la persona selezionata va a lavorare presso l’azienda. Ogni detenuto e imprenditore sono diversi, ma quando si crea empatia tra di loro è davvero stupendo”. La legge “Smuraglia” prevede che le imprese debbano assumere detenuti o internati negli istituti penitenziari, lavoranti all’esterno del carcere ai sensi dell’art. 21 dell’ordinamento penitenziario o semiliberi, con contratto di lavoro subordinato per un periodo non inferiore a 30 giorni e corrispondere un trattamento retributivo non inferiore a quanto previsto dalla normativa vigente per il lavoro carcerario, stipulando un’apposita convenzione con la Direzione dell’istituto penitenziario dove si trovano i lavoratori assunti.

“L’iter è particolarmente controllato e la scelta ricade su uomini altamente affidabili, a cui si dà questa possibilità dopo un percorso ad hoc attraverso il quale uno staff di educatori e psicologi li segue e li indirizza” precisa Flavia Filippi. Occorre sottolineare che a beneficiare di questo progetto non sono soltanto i detenuti che trovano un’occupazione, allontanando il rischio di una ricaduta post detenzione, ma anche le imprese che hanno l’opportunità di abbattere notevolmente i costi del lavoro.

“L’idea è quella di espandere questo progetto anche al di fuori dei confini di Rebibbia. Ad esempio, nel carcere di Velletri, dove molti hanno frequentato l’istituto alberghiero, ho contattato la direttrice per selezionare un detenuto che possa lavorare all’interno dell’Ente Parco Nazionale del Circeo dove il presidente M arzano ha bisogno di un operaio”, spiega la giornalista.

Tra coloro che ha aiutato il progetto “Seconda Chance” c’è anche una donna, scarcerata nell’ottobre scorso, che può finalmente recuperare la patria potestà sulle due figlie grazie al suo nuovo lavoro a tempo indeterminato presso una ditta di pulizie. “Trovarle un’occupazione è stato più arduo perché la legge “Smuraglia” prevede agevolazioni fiscali a favore delle aziende che assumono detenuti, non gli ex, ma dopo vari tentativi ce l’abbiamo fatta”.

La sensibilità e la perseveranza di Flavia Filippi nel realizzare la sua idea di una “Seconda Chance” conferma l’importanza di avviare iniziative come questa, il cui valore risiede non solo nell’opportunità di riscatto sociale offerta a persone svantaggiate, ma anche nella promozione di un modello di società civile dove la funzione rieducativa della pena detentiva, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, ha la possibilità di trovare concreta applicazione.