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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 11 agosto 2026

Pochi giorni fa, in una seconda sentenza definita “storica”, un tribunale del New Mexico ha ordinato a Meta, la società madre di Instagram e Facebook, di pagare 567 milioni di dollari per porre rimedio ai danni causati dalle sue piattaforme ai giovani. “È un segno dei tempi”, dice il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno. Quanto stabilito arriva cinque mesi dopo un’altra pronuncia nella quale, sempre nel New Mexico, è stato accertato che i social del colosso tecnologico di Mark Zuckerberg hanno danneggiato la salute mentale dei bambini e nascosto alcune informazioni sullo sfruttamento sessuale minorile sulle piattaforme di proprietà.

Professor Sica, la nuova multa inflitta a Meta da un giudice del New Mexico dimostra che il Far west delle piattaforme social è terminato?

È la dimostrazione che il diritto sta riprendendo terreno. Questa sentenza, rispetto alla precedente, mi sembra che aggiunga un elemento ulteriore. Mi riferisco alla valutazione dell’impatto legato all’uso dei social sulla salute dei minori, ma con un dettaglio e un’articolazione maggiore rispetto alla prima pronuncia, che del resto aveva natura non ancora definitiva. Nell’ultima pronuncia si indica una ingente somma, oltre 400 milioni di dollari, diretta ad alimentare un fondo per porre rimedio ai guasti, soprattutto psicologici o psichiatrici, che l’uso dei social può avere sui minori. In questo senso è un passo avanti di non poco conto.

La destinazione delle somme delle multe, volta alla creazione di servizi di trattamento per i giovani e attività di sensibilizzazione per un uso responsabile delle piattaforme, è destinata a diventare una buona pratica?

Oltreoceano certamente. È utile ricordare che gli Stati Uniti conoscono da tempo un sistema avanzato di cosiddetti danni punitivi e di giustizia riparativa, nel senso che la condanna ha una funzione anche di ripristino di situazioni e risponde a esigenze non del singolo danneggiato, ma della società nel suo insieme. È stata tracciata in questo senso una rotta molto precisa. Da tempo sostengo che se non si mettono, in maniera anche profonda, le mani nelle tasche delle multinazionali, non si riesce a venire fuori dal Far west attuale, che è comunque lungi dal potersi dire superato del tutto.

I minori possono essere sempre più inquadrati come una categoria degna di tutele particolari da parte dei tribunali di fronte a certe insidie tecnologiche?

I minori, come tutti i soggetti meritevoli di protezione, sono ormai in tutte le legislazioni avanzate, inclusa quella italiana, ritenuti destinatari di una tutela rafforzata. Su questo non c’è dubbio. La grande novità dell’ultima pronuncia del New Mexico è che per la prima volta è stato alzato il velo sull’ipocrisia nella neutralità del mezzo tecnologico. Più volte, in passato, è stato detto che le piattaforme avevano una funzione di semplice circuito in cui si realizzava il traffico della rete. Oggi, invece, dopo la sentenza riguardante Meta, le piattaforme, poiché fanno utili attraverso l’incremento dell’ecosistema digitale, attraverso il numero dei click che si moltiplicano in relazione a determinati tipi di contenuti, non sono più spettatrici, quasi disinteressate, ma sono gli stessi soggetti a cui va ricondotto l’esito finale, anche infausto e quindi dannoso, dell’attività che svolgono. Questa è una svolta, secondo me, quasi decisiva, rispetto a un tema sul quale da tempo io sostengo un’idea ben precisa.

A cosa si riferisce?

Non si può mettere negli otri vecchi il vino nuovo. Il vino nuovo della tecnologia richiede inevitabilmente dei nuovi contenitori, perché si tratta di un prodotto con caratteristiche differenti. Si pensi, ad esempio, al cosiddetto infinite scrolling. Una delle tecniche più insidiose che vengono individuate nella sentenza è il meccanismo di assuefazione per cui non ci si può staccare dalla piattaforma, per cui bisogna scrollare di continuo e senza interruzioni i contenuti. Il risultato è una dipendenza. La sentenza del New Mexico ha fatto chiarezza su questo aspetto e rappresenta la grande novità, anzi la grande rivoluzione. Già in passato si conoscevano gli effetti di certi utilizzi delle piattaforme social. Ora se ne parla anche in riferimento all’ammontare della multa inflitta a Meta. Ma non facciamoci abbagliare dalla somma. Gli importi stabiliti sono spiccioli rispetto a quanto risulta nei bilanci di certe multinazionali. Un percorso però è stato tracciato.

Nell’ultima sentenza contro Meta il giudice ha detto che le piattaforme Instagram e Facebook contribuiscono “in modo significativo all’attuale crisi della salute mentale fra i giovani”. È un’osservazione che deve allarmare prima di tutto le famiglie e la scuola?

Proprio così. Deve allarmare le famiglie, la scuola, e le istituzioni. In base a quanto affermato dal giudice americano, si sta instaurando una politica di intervento anche sull’età minima di accesso ai social, ma non è col proibizionismo che si risolvono i problemi. In realtà, si è constatato che la famiglia è nuda in una società in cui i genitori abdicano al proprio ruolo e dove il mezzo tecnologico diventa babysitter, diventa intrattenitore. Questo accadeva anche con la televisione, ma la vera differenza rispetto al mezzo televisivo è l’intensità dello strumento. Il bambino lasciato davanti alla televisione può vedere i cartoni animati, può subire una serie di influenze, ma non così penetranti come quelle del ragazzino a cui viene consentito, senza adeguata formazione e senza la presenza di un adulto, di utilizzare la piattaforma alla quale egli viene consegnato mani e piedi.

Le sentenze d’oltreoceano potrebbero avere un effetto a cascata in tutto il mondo e definire regole più dettagliate per l’uso delle piattaforme social da parte dei minori?

Dal punto di vista giuridico senz’altro. In Italia, più che alla class action, penso alle azioni individuali di risarcimento danni. Come è accaduto in molti altri settori, saranno le cause di responsabilità civile l’apripista delle svolte. Dal punto di vista normativo, lo abbiamo detto tante volte, la pretesa di una soluzione nazionale è vana. L’aspetto di questa vicenda, forse il più inquietante, è che nella sentenza del New Mexico è come se si specchiassero la società e il mondo, trovandosi di colpo dipendenti dalla tecnologia. Una tecnologia governata e controllata dai privati in maniera preponderante, se non esclusiva. Se pensiamo all’effetto delle pronunce d’oltreoceano, penso che altri giudici in altri Paesi possano allinearsi alle soluzioni offerte negli Stati Uniti, ferme restando le differenze di ordinamento. Credo sia abbastanza probabile, se non sicuro. Ciò a cui assistiamo è l’aspetto di un problema più complesso in questo strano tempo che viviamo. È come chiedersi, “Perché le guerre non si fermano?”, “Perché la tecnologia non si governa’“: perché c’è evidentemente qualcuno che ha interesse ad alimentare i conflitti e c’è qualcuno che o dipende o è collegato alle multinazionali della comunicazione.