di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 27 settembre 2025
Il delitto infinito di Garlasco si sdoppia e, come un mostro mitologico, all’improvviso mostra due teste: mentre la procura di Pavia continua a indagare sull’assassino o gli assassini di Chiara Poggi come se già non ci fosse un condannato con sentenza definitiva in galera, quella di Brescia accusa di corruzione il collega che per primo si occupò del caso. All’ex procuratore Mario Venditti, oggi presidente di un Casinò, non viene contestato un errore professionale, umanamente sempre possibile, ma la malafede. Avrebbe, cioè, dirottato le indagini da Andrea Sempio in cambio di denaro.
Stavolta non è la politica ad attaccare la magistratura, ma sono i giudici stessi a infangarsi tra loro, in uno svolazzar di toghe che offre un ghiotto pretesto a chiunque voglia dissolvere l’alone epico che i Falcone, i Borsellino e, per un certo periodo, anche il pool di Mani Pulite avevano contribuito a creare intorno alla categoria. Comunque vada a finire il mostro a due teste di Garlasco, forse è arrivato il momento di convincerci che le generalizzazioni funzionano sui social, ma molto meno nella realtà, dove non esistono “i magistrati”, “i giornalisti”, “i politici”. Esistono gli individui. E non è giusto che, per amor di polemica, le (eventuali) responsabilità di un individuo gravino su un’intera comunità, tanto più quando questa dimostra di avere ancora al suo interno degli anticorpi che funzionano. Fino a prova contraria, s’intende.











