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di Francesco Saluzzo

Corriere di Torino, 24 giugno 2024

Il dibattito sui progetti di riforma della giustizia, in queste ultime settimane, ha destato un minore interesse, attirato dalle discussioni su un’altra riforma, quella che ipotizza premierato e autonomia differenziata. L’impressione e la percezione è che alla maggior parte dell’opinione pubblica sfugga la reale portata demolitoria e ideologica di queste prospettive di riforma e l’assoluta inutilità dei progetti in materia giudiziaria, presentati e proposti, invece, come la soluzione ai tanti mali, le tante inefficienze, innegabili, del nostro meccanismo giudiziario e processuale (sia civile che penale). Una linea che era già iniziata con la riforma varata dalla ministra Cartabia e che ha reso ancor più difficile (e simile a un gioco dell’oca) il cammino, soprattutto del processo penale.

Ma, se quello è stato un intervento funzionale a dare qualche segnale di efficientamento ai fini della possibilità di usufruire di fondi europei, quello pensato dal governo e dalla maggioranza che è succeduta ha tutte le caratteristiche (negative) di una sorta di regolamento di conti con la magistratura e dello scopo del “ridimensionamento” di quelle che sono le garanzie - vorrei dire anche prerogative, che non sono privilegi dei magistrati, ma meccanismi di garanzia per i cittadini - dell’ordine giudiziario, dei suoi singoli componenti e della possibilità di esercitare e amministrare in maniera indipendente la giurisdizione.

La migliore riprova è la direzione che il legislatore ha scelto di percorrere: la modifica di molte previsioni della Costituzione che regolano la materia. Non, invece, quello che sarebbe servito, in materia di ordinamento e processo. Ma, in un momento, in cui si tenta, con una sorta di tridente, di modificare gli assetti fondamentali dello Stato unitario e i meccanismi e le funzioni dei massimi organi di garanzia (con evidente spostamento dell’asse verso l’esecutivo) e di “affievolire” i meccanismi di controllo e indebolire gli stessi protagonisti dei controlli, non poteva mancare, nel terzo dente del formidabile strumento di Nettuno, la magistratura.

Si sta maneggiando la Costituzione e la modifica di molti aspetti nevralgici, senza quella cura e quella cautela e “delicatezza” che dovrebbe essere nella cultura istituzionale e costituzionale di chiunque vinca le elezioni e abbia la legittimazione per proporre e realizzare riforme. Tornando al tema della “giustizia”, la collettività deve sapere e avere piena certezza che, quelle riforme proposte, non risolveranno uno solo dei problemi che i magistrati e gli avvocati, per primi, e i cittadini che hanno necessità di una risposta giudiziaria, incontrano ogni giorno.

I fattori di crisi sono oramai “strutturali” e affondano nel tempo e nella incapacità (o mancanza di volontà?) di tanti e diversi parlamenti, esecutivi di intervenire sulle cause; non con provvedimenti tampone o spot, da poter sbandierare immediatamente; ma con interventi strutturali seri e duraturi nel tempo. Da noi, ogni governo, ogni maggioranza ritiene di dover lasciare il suo segno sulla “giustizia”, modificando quello che si era appena modificato. Ma quale organizzazione può reggere a una simile instabilità e precarietà degli strumenti a disposizione?

La separazione delle carriere, l’abolizione dei reati dei “forti”, un pasticcio indicibile (come un taglia e cuci) nel tentativo non di far meglio e prima i processi, ma di evitare che si facciano, non sono le misure necessarie e non si deve ingannare la collettività, facendo credere il contrario. Le persone, le organizzazioni devono sapere che, in un ordinamento nel quale il provvedimento del gip - parliamo della custodia cautelare e di questo vilipeso giudice, presentato come esempio del peggior e inquinato rapporto tra pm e giudici - viene rivalutata da una media tra otto e quindici giudici, compresi quelli della Cassazione, il feticcio della separazione tra pm e giudici è solo uno “scalpo”; ma perfettamente funzionale a ridurre l’area di indipendenza dei magistrati e la, possibilità per i cittadini di fidarsi di loro.

La separazione delle carriere rappresenta solo “propaganda”, temo un trofeo, da offrire anche a una frangia dell’avvocatura associata, sulle barricate da tempo, ma, tuttavia - benché continui a negarlo - consapevole che tutto questo furore riformatore potrà sicuramente “scassare” definitivamente il sistema; ma certamente non migliorerà la situazione e non risponderà alle domande e alle esigenze dei cittadini. E anche per l’avvocatura non sarà un bell’approdo.