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di Liana Milella

La Repubblica, 5 novembre 2024

Come hanno detto più volte Spataro e Grasso il giudice ucciso a Capaci ragionava sulle conseguenze del codice Vassalli e chiedeva una maggiore specializzazione dei pm. Giù le mani da Falcone. Non si può reagire in altro modo leggendo l’incredibile forzatura del quotidiano Il Giornale di battezzare come “legge Falcone” la separazione delle carriere. L’ha proposta, con un editoriale del primo novembre, il direttore Alessandro Sallusti. Ed è diventata la “riforma Falcone” nei titoli successivi. Prima che diventi la “riforma Falcone” per tutto il centrodestra meglio mettere subito i puntini sulle “i”. I morti si rispettano e non si strumentalizzano. Soprattutto perché non possono reagire.

Dovrebbe essere una regola che vale per chiunque, una massima di civiltà. Ma bisogna prendere atto che, tra i partiti di governo, non è così. Evidentemente la destra di questa povera Italia dev’essere davvero in difficoltà se ricorre a simili stratagemmi e se se la cava rampognando di continuo i magistrati etichettandoli come “toghe rosse”, anche se a protestare sono tutti, anche quelli che, ad adottare il metodo e il linguaggio della destra, dovrebbero essere definiti come toghe “nere”, oppure toghe “grigie”. In questa stagione politica si comincia a sentire il sapore dell’olio di ricino…

Che la destra si fermi. Subito. La separazione delle carriere firmata dal Guardasigilli Carlo Nordio non può essere strumentalizzata, né tantomeno passare alla storia, come l’ipotetica separazione di cui, oltre sei lustri fa, avrebbe teoricamente parlato Giovanni Falcone. Isolando poche frasi, ignorandone il contesto storico e giuridico. Una vera truffa delle etichette.

Per l’esattezza, come ha ricordato l’ex procuratore di Torino Armando Spataro, che faceva parte della stessa corrente di Falcone, il Movimento per la giustizia, in un documentato articolo sul Foglio del 28 maggio di quest’anno, far diventare Falcone il teorico della separazione delle carriere è frutto di “un’interpretazione errata di frasi estrapolate da un contesto ben più ampio”. Che compare, in 12 pagine, nei capitoli 22 e 23 di un libro, che Spataro considera “importante”, dal titolo “Giovanni Falcone, interventi e proposte 1982-1992” pubblicato postumo dall’editore Sansoni. Ebbene, proprio una lettura “completa” di quelle pagine, come testimonia Spataro, “dimostra che Falcone teorizzava in realtà in modo assolutamente condivisibile la necessità di una più accentuata specializzazione del pubblico ministero nella direzione della polizia giudiziaria, rispetto a quanto era richiesto nel regime vigente prima del codice di rito del 1988”. Proprio Falcone diceva che questa questione avrebbe meritato “l’approfondimento di tutte le possibili implicazioni”, il che, secondo Spataro, “dimostra che non stava prendendo posizione, ma aveva voluto porre sul tappeto il problema del funzionamento della giustizia nel nuovo assetto che il codice di procedura penale aveva riservato al pubblico ministero”.

Inoltre lo stesso Spataro testimonia che “in numerose occasioni Falcone aveva spiegato di non condividere la necessità di separare le carriere di giudicanti e requirenti all’interno della magistratura” perché “egli credeva solo che con l’avvento del nuovo codice e l’abolizione della figura del giudice istruttore vi fosse l’accentuato bisogno di un sapere specialistico e che le conoscenze necessarie a un pm per svolgere efficacemente il suo lavoro non coincidessero certo con quelle del giudice”. Il che, chiosa sempre Spataro, “è sacrosanto e comporta la necessità di prevedere non la separazione delle due carriere, ma fasi di approfondito aggiornamento nel caso di riconversione professionale dal giudice a pubblico ministero e viceversa”.

Una ricostruzione limpida a fronte di una strumentalizzazione politica inaccettabile. Già Nordio, presentando la riforma a palazzo Chigi il 29 maggio, aveva parlato di un Falcone che “voleva” la separazione. E dopo il niet di Spataro, ecco quello dell’ex giudice istruttore del maxi processo Piero Grasso in un’intervista a Repubblica del 31 maggio. “Falcone non voleva affatto la separazione. E le spiego perché. Con la riforma Vassalli il pm aveva assunto le funzioni che fino a quel momento erano state del giudice istruttore. Una figura che scompare.

In vista del nuovo sistema, Falcone riteneva necessaria una maggiore specializzazione e professionalità del pm che doveva assumere compiti del tutto nuovi a partire dalla direzione delle indagini. Ma non ha mai ipotizzato di escludere il pm dall’ordine giudiziario. Anzi, ha preteso che nelle nuove funzioni fosse garantita la sua autonomia e indipendenza”. Un’interpretazione che combacia perfettamente con quella di Spataro. E che non è stata mai smentita, se non da chi, nel centrodestra politico e giuridico, vuole portare acqua alla presunta riforma coinvolgendo Falcone che non c’è più e quindi può essere tranquillamente strumentalizzato. Per questo la risposta a chi oggi vorrebbe spingersi addirittura a battezzare questa riforma col nome di Falcone può essere solo una: “Già le mani da Falcone”.