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di Pasquale Raicaldo

La Repubblica, 6 marzo 2023

Intervista a Carmine Recano, il Comandante dell’Istituto di pena minorile di Nisida nella serie tv “Mare fuori”. “Qualcuno mi ha attribuito dichiarazioni inventate: mi sarei salvato, nonostante Secondigliano. Non è vero, rifuggo quel tipo di retorica: non sono i luoghi che condizionano le esistenze”.

C’è un momento preciso, nella carriera degli attori più fortunati, in cui accade. E dev’essere straniante. La leggendaria Rita Hayworth ci rideva su: “Tutti gli uomini che conosco - diceva, riferendosi al film noir diretto da Charles Vidor - si sono innamorati di Gilda e si sono svegliati con me al loro fianco”. Perché accade esattamente questo: la linea di demarcazione tra l’attore e il personaggio si assottiglia, diventa quasi impercettibile. A lui è capitato con il successo debordante di “Mare fuori”, numeri da record per la terza stagione su Raidue. Ecco, per strada hanno iniziato a chiamarlo “comandante”. Empatia? Certo. Goliardia? Forse. Ma c’è di più. “Sembra davvero che qualcuno non scinda la realtà dalla finzione, quasi riconoscendomi l’autorità che ho nella fiction. E tutti si sono affezionati al personaggio che interpreto”.

Carmine Recano ha un filo di barba fintamente incolta, un marchio di fabbrica, e tra i capelli si fa largo il brizzolato di un quarantaduenne che sperimenta, oggi più che mai, la grande popolarità : nella serie è Massimo Esposito, al comando dell’Istituto di pena minorile di Napoli, ispirato al carcere di Nisida. Qui si intrecciano le storie di detenuti sottratti alla libertà giovanissimi, in cerca di un motivo per sperare, vivere, guardare avanti. Lui li sorveglia e per molti diventa quasi un papà. E anche qui, ecco, fiction e realtà si sovrappongono: “Sul set per molti attori, giovanissimi, era la prima esperienza. Sono diventati quasi figli miei. Con Carolina Crescentini abbiamo trasferito loro alcuni dei trucchi dei mestieri. Oggi sono diventati bravissimi”.

Recano, che cosa significa essere fermato per strada?

“Non è una questione di popolarità, ma di responsabilità. Un giorno una mamma mi ha fermato per strada, restituendo il senso ultimo del mio lavoro. Mi ha detto grazie. “Di cosa?”, le ho chiesto. Mi ha risposto così: “Con “Mare fuori” per la prima volta sono riuscita a confrontarmi con mio figlio su alcune tematiche”. A questo serve una serie televisiva: a far riflettere.

Non abbiamo soluzioni ai grandi problemi del disagio giovanile, ma raccontiamo storie di legami, amore e amicizia in primis, in un contesto come quello del carcere”.

Si aspettava il successo della serie? Come lo spiega?

“I dati di ascolto sono stati ottimi dalla prima stagione, ma quest’anno c’è stato un vero e proprio boom. Alla gente piace emozionarsi: noi raccontiamo la realtà del carcere, certo, ma lo facciamo soprattutto attraverso le storie di chi condivide un’esperienza così totalizzante, proiettando i sentimenti degli adulti in una dimensione giovanile. Evitiamo di mitizzare i personaggi, come accade in “Gomorra”. Non offriamo un unico punto di vista: non si tifa per chi delinque. A costo di perdere per strada personaggi di riferimento, come Ciro. Pur in un linguaggio nazional popolare, la fiction non fa sconti: chi fa delle scelte sbagliate, alla fine paga. Chi analizza i propri errori e viene ri-educato, può invece riscattarsi. E molte scuole ci chiamano per portare la nostra testimonianza sui temi del disagio giovanile: siamo diventati un punto di riferimento”.

Come ha studiato per diventare “comandante”?

“Rifuggendo i cliché, provando a comprendere il disagio di chi è costretto alla detenzione, anche confrontandomi con ragazzi che hanno avuto esperienze in carcere e con alcuni operatori. La forza del comandante è la sua profonda umanità. E in carcere vince soprattutto l’umanità”.

In rete girano diversi “meme” con il suo volto. Uno dice: ecco la trama di “Mare Fuori”, e c’è lei. Si sente un sex symbol?

“A 42 anni ho altre priorità, ma il riscontro favorevole del pubblico fa piacere. Faccio la stessa vita di prima, con qualche selfie in più. Mi sento molto fortunato, perché quando mi guardo intorno vedo attori bravissimi che faticano ad emergere. In fondo, sono un po’ insicuro: mi chiedo sempre se sono all’altezza di un progetto”.

Quando ha capito che avrebbe voluto fare l’attore?

“La mia sembra una storia già ascoltata, un grande classico. Accompagni un amico che fa recitazione a teatro, ti notano e dopo due settimane ti chiamano. Con la spensieratezza dei miei 19 anni, entro in una stanza e dopo un po’ il regista mi fa: complimenti, sei il mio protagonista. Il film era “Un nuovo giorno” di Aurelio Grimaldi. Mi sono trasferito a Roma e ho cominciato a studiare. Ma a quell’età non hai consapevolezza: entri in un vortice, solo dieci anni dopo mi sono guardato allo specchio, dicendomi che forse davvero il mio mestiere è quello”.

La famiglia come ha reagito?

“Papà operaio, mamma casalinga: mi hanno dato la massima libertà di scegliere, rispettando ogni singola decisione”.

Ci parli della sua Napoli...

“La mia famiglia è originaria di Montecalvario, ma fino ai 12 anni ho vissuto a Secondigliano, dove ho frequentato la scuola media Moscati. Poi ci siamo trasferiti nella zona di piazza Mazzini, ho preso la licenza media e poi il diploma tecnico-commerciale. Qualcuno mi ha attribuito dichiarazioni inventate: mi sarei salvato, nonostante Secondigliano. Non è vero, rifuggo quel tipo di retorica: non sono i luoghi che condizionano le esistenze. Il disagio, che ti porta a intraprendere strade sbagliate, nasce soprattutto all’interno del nucleo familiare. Dietro un ragazzino che sbaglia, c’è il cattivo esempio di un adulto. Secondigliano ha le sue criticità, ma non mi piacciono le etichette: raccontano una sola realtà, il mondo è pieno di sfumature”.

Ha detto che non potrebbe vivere senza il mare, vero?

“Mi aiuta a riflettere, mi tranquillizza, mi dà pace. Un giro in via Partenope mi riconcilia con me stesso”.

Dal cinema alla televisione, la città vive un momento straordinario.

“Napoli è cinema, Napoli è televisione. Siamo un popolo vivo e creativo. Il nostro segreto è che dopo aver raccontato una storia ce n’è subito dietro un’altra che bussa. La città è un contenitore inesauribile di persone, vicende, racconti. Ha una luce particolare e un’energia irresistibile, emozioni contrastanti che favoriscono la creatività. Chi ci vive è fortunato. Problemi? Ci sono, certo, ma non dipendono dal popolo: è che si è sempre investito troppo in altre zone del Paese”.

Cosa ha in programma ora, comandante Recano?

“Sono in tourneè con “Mine Vaganti” di Ozpetek (regista con il quale Carmine ha instaurato, a partire da “Le fate ignoranti”, una lunga collaborazione, ndr), interpreto il ruolo che nel film era di Alessandro Preziosi. Dal 9 al 12 marzo siamo al teatro Acacia di Napoli. Da maggio si torna sul set con le riprese della quarta stagione di “Mare fuori”“.

Meglio il teatro o la televisione?

“In televisione e nel cinema il regista genera un rapporto intimo con lo spettatore, benché filtrato dalla macchina dalla presa, che indugia sul non detto, sui dettagli, su occhi e mani. A teatro non abbiamo filtri, e ogni volta accade qualcosa di nuovo, diverso: in chi recita, nel pubblico...”.