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di Luca Borzani

La Repubblica, 9 agosto 2026

Ancora su minori e giustizia. Perché il nuovo disegno di legge, emblematicamente definito anti “maranza”, mette definitivamente a rischio il modello italiano di giustizia minorile fondato sull’equilibrio tra pena, finalità educativa e recupero del minore. Con la sanzione penale come ultima risposta. Di fatto, sta passando, in un silenzio che rimanda alle tante regressioni culturali e civili che attraversano il paese, un’adultizzazione dei minori nell’ambito giudiziario. Dal decreto Caivano del 2023 e poi con le aggravanti e l’inserimento di nuovi reati nei successivi decreti sicurezza, l’aspirazione sempre più evidente è quella di arrivare alla riduzione della stessa età dell’imputabilità.

In nome di un’ossessione tutta ideologica, in cui l’annunciato contrasto alla criminalità scivola anche nella minaccia alla libertà di dissenso, si sta perdendo un discrimine fondamentale. E cioè che per quanto grave possa essere la colpa compiuta da un adolescente è comunque necessario privilegiare la possibilità di un suo cambiamento e l’obiettivo superiore del reinserimento sociale. Già una volta la Corte Costituzionale ha richiamato l’art 27 della Costituzione a fronte della smemoratezza della politica. E non solo quella di governo. Anche l’opposizione pare non si sia resa davvero conto dell’ulteriore vulnus che sta per essere introdotto nel nostro ordinamento giudiziario.

La capacità del minore di comprendere il significato delle proprie azioni non dovrà più essere accertata caso per caso dal magistrato ma presunta esistente fino a prova contraria. Un rovesciamento di cui non è difficile prevedere l’esito e il rischio di consegnare la vita di molti all’esclusione sociale perenne e, di fatto, alla ripetitività dei comportamenti illegali. Peraltro, siamo da tempo in uno scenario di aumento della custodia cautelare, della riduzione della messa alla prova, del sovraffollamento degli Istituti penali minorili e delle comunità, così come è per le carceri. I dati Eurostat indicano come il tasso di denunce verso i minori sia la metà della media europea, 363,4 su 647,9 ogni centomila abitanti.

Le segnalazioni relative ad atti di criminalità dei giovanissimi, statistiche ministeriali, erano 28mila nel 2010, 32mila nel 2015, 35mila nel 2023 e 31mila nel 2024. In mezzo il big bang della post pandemia. Ma sono dati che valgono come indicatori per richiamare la necessità di non rinchiudersi nel cono d’ombra dell’allarme sociale e della paura mediatizzata. La percezione di un aumento della devianza giovanile corrisponde a dinamiche reali. Al 31 dicembre 2025 i minori in carico al sistema giudiziario sono 17027 con un più 22 per cento rispetto al 2022. Il rapporto “Save the Children” mostra un incremento significativo del numero di 14-17 anni denunciati o arrestati per il reato di rapina: se nel 2014 erano 1.921 nel 2024 se ne registrano più del doppio, 3.968, con un valore prevedibilmente ancora più elevato per il 2025. Così per i reati contro la persona. A livello nazionale nel 2024 sono 4.653 i minorenni denunciati o arrestati per lesioni personali. Quasi raddoppiati rispetto a dieci anni prima.

Vale anche per Genova e la Liguria. Sono le considerazioni avanzate dalla Corte di Appello come dal rapporto, sempre di “Save the Children”, che vede la nostra regione nel 2024 con la percentuale più alta, 0,008 per mille, di giovanissimi detenuti per associazione a delinquere e la seconda per rapina, 1,44 per mille. La crescita della criminalità minorile, l’aumento di modalità estremamente violente, rivolte in primo luogo verso coetanei, la diffusione delle armi, a partire dalle “lame”, l’uso dei social come amplificazione e autorappresentazione dell’identità predatoria, non è esorcizzabile né minimizzabile. Ne è qualcosa che è cresciuto all’improvviso. Rimanda all’espandersi di un disagio solido che attraversa le generazioni più giovani, allo svuotarsi delle responsabilità delle famiglie sempre più sostituite dai rapporti con i pari, all’intrecci tra frustrazione e aggressività, a un sistema scolastico segnato da forti iniquità, a modelli sociali concentrati sul consumo.

Un futuro sempre meno percepibile alimenta l’assenza del limite, contribuisce a un’adultità insieme precoce e infantilizzata. In un accentuarsi dei percorsi di marginalizzazione delle seconde generazioni che costituiscono ormai il 51 per cento dei coinvolti nel circuito della giustizia minorile. Ma prevale il “meticciato della devianza” tra italiani e stranieri, più o meno poveri, maschi e femmine, a costituire aggregazioni territoriali fluide che moltiplicano aggressività e l’assenza di empatia verso ciò che le circonda.

Fotografia estrema di una società concentrata sull’individuo e dove la perdita di responsabilità degli adulti e delle istituzioni sono componenti costitutive del vivere civile. Ecco, la criminalità giovanile rimanda a una sfida complessa nell’età dell’assoluta semplificazione. Sottolinearne la complessità è quanto più lontano da logiche giustificazioniste, astratte come quelle securitarie. Anzi, è all’opposto, il non accettare la debacle dello stato.

L’assumere la pena come unica soluzione indipendentemente dalla messa in campo di adeguate e nuove azioni di prevenzione e di rieducazione. Cioè dalla costruzione e ricostruzione di legalità. Invece di sostenerne le esperienze migliori e i risultati ottenuti, si persegue la sola leva repressiva che non può non aggrovigliarsi continuamente su sé stessa e operare da “apprendista stregone” della morbosità sociale. È la lezione di questi anni. Le mancate reazioni al nuovo disegno di legge, all’arretramento civile che produce sono in questo un segnale ulteriormente pericoloso. Un misto di indifferenza e di accettazione che è, appunto, l’altra faccia del fallimento del governo.