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La Repubblica, 4 agosto 2022

Oggi in Cdm la riforma penale, ma M5S la contesta. Le novità della Guardasigilli su come scontare le pene fino a 4 anni senza carcere, e sulla riscossione delle pene pecuniarie. M5S dà battaglia sulla messa alla prova per i reati fino a 6 anni, sulla giustizia riparativa e le pene sostitutive, ma anche sulle indagini preliminari e la gestione delle notizie di reato.

Meno carcere, con più certezze, per Marta Cartabia. Troppo poco carcere per M5S. Una Lega che si dichiara “costruttiva” nella prospettiva di andare al governo e cambiare tutto sulla giustizia. Mentre Costa di Azione invita la ministra “ad andare avanti” contro chi cerca di bloccare una riforma penale considerata “troppo garantista”. Una riforma, come ricordano via Arenula e lo stesso Costa, “fondamentale” per incassare i 21 miliardi del Pnrr, la seconda tranche legata però all’approvazione definitiva anche dei decreti attuativi entro il 19 ottobre (il 26 novembre quelli del processo civile). Denaro la cui premessa è la riduzione dei tempi del processo penale del 25% e del 40% di quello civile.

Il clima è molto simile a quello di un anno fa quando, giusto il 3 agosto, fu approvata alla Camera la riforma penale dopo un durissimo scontro con M5S sull’improcedibilità dei processi che sforavano il tempo massimo consentito e archiviava lo stop dell’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede alla prescrizione dopo il primo grado. Eccoci adesso all’ultima battaglia sulla giustizia del governo Draghi e di Cartabia. Che porta a palazzo Chigi un unico decreto attuativo sul processo penale. Ieri il testo è stato esaminato nel pre consiglio. Appena diffuso, il decreto ha prodotto un’infinita riunione degli esperti giustizia di M5S, capitanata dalla responsabile del settore Giulia Sarti, una “bonafediana” di ferro che, proprio come l’ex ministro, non potrà essere ricandidata. Al pari dell’ex sottosegretario Vittorio Ferraresi, durissimo nella sua battaglia sull’ergastolo ostativo.

Le contestazioni M5S - Dalla riunione filtrano i dubbi e le contestazioni del M5S sul decreto. Riassumibili così: al partito di Conte non vanno giù le regole sulla “messa alla prova” per i reati fino a 6 anni (troppi sei anni, meglio ridurli a 4), quelle sulla giustizia riparativa (l’incontro vittime-autore dell’offesa alla presenza di un mediatore), sulle pene sostitutive al carcere, e su alcune regole previste nella fase delle indagini preliminari e sui tempi troppo stretti per gestire le notizie di reato.

I punti della battaglia - Sarà l’ennesima battaglia di Marta Cartabia sulla giustizia. Su un testo di ben cento articoli in cui si affronta di tutto, dalla digitalizzazione alle notifiche degli atti, dalla giustizia riparativa all’effettiva riscossione delle pene pecuniarie, dalle nuove regole per le indagini preliminari alle pene sostitutive per le condanne fino a 4 anni, al diritto all’oblio per chi è assolto. Un testo su cui M5S è deciso a dare battaglia nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato che dovranno esprimere un parere consultivo, di cui però il governo può anche non tenere conto.

Da via Arenula ieri sottolineavano tre aspetti che Cartabia ritiene importanti. La riduzione dei cosiddetti “liberi sospesi”, cioè coloro che vengono condannati con pene non superiori a 4 anni, quindi non vanno in carcere, sono “liberi”, ma poi restano in una sorta di limbo, quindi sono “sospesi”, in attesa comunque di scontare la pena. E ancora la riscossione delle pene pecuniarie, i cui arretrati, ad esempio, nel 2019 erano di ben 2.017.374.589, una somma che, sottolinea via Arenula, “come ordine di grandezza, è prossima all’ammontare dei fondi del Pnrr destinati alla giustizia”. E infine il capitolo della “giustizia riparativa”, una realtà, scrive il giurista e consulente di Cartabia Gian Luigi Gatta, “che oggi si sta facendo sempre più strada a livello internazionale e che si affianca, senza sostituirsi, al processo e all’esecuzione penale”. “Un programma - scrive Gatta - che consente alla vittima, alla persona indicata come autore dell’offesa e ad altri soggetti appartenenti alla comunità, di partecipare liberamente, in modo consensuale, attivo e volontario, alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato, con l’aiuto di un terzo imparziale, adeguatamente formato, denominato mediatore”.

Il nodo dei ‘liberi sospesi’ - Ed eccoci ai “liberi sospesi”. Il condannato chiede al giudice di sorveglianza una misura alternativa al carcere tra semilibertà, detenzione domiciliare, affidamento in prova al servizio sociale. Nel 2021 quasi 31mila condannati a pene sotto i 4 anni hanno ottenuto una misura alternativa senza entrare in carcere. Due persone su tre hanno avuto l’affidamento in prova. Ma l’arretrato dei tribunali di sorveglianza è enorme, tant’è che esistono i “liberi sospesi”. Solo a Milano sarebbero 14mila e tra gli 80 e i centomila in Italia. Cartabia propone un’udienza di “sentencing” in cui il giudice valuta subito assieme alla difesa, e con gli esperti dell’ufficio per l’esecuzione penale esterna di via Arenula, come sostituire la pena detentiva con una nuova pena sostitutiva.

La novità sulle pene pecuniarie - L’altra novità riguarda l’effettiva riscossione delle pene pecuniarie. Anziché ricorrere al recupero crediti di ispirazione civilistica, si passa al modello sperimentato in molti paesi europei, come Germania, Francia e Spagna: non è lo Stato, con enorme dispendio di risorse e scarsi risultati, a dover andare a cercare il condannato per recuperare il credito derivante dalla condanna alla multa, ma è il condannato, su intimazione del pm, a dover pagare, anche con modalità telematiche, entro 90 giorni dalla notifica dell’ordine di esecuzione della pena. Se non paga, la pena pecuniaria si converte in semilibertà, cioè l’obbligo di rimanere in carcere per almeno 8 ore al giorno. Quattro anni se a essere convertita è la multa, pena per reati più gravi, due anni se è l’ammenda, la pena per le contravvenzioni. Se il condannato paga la multa o l’ammenda, in ogni momento, la semilibertà cessa.