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di Mauro Magatti

Corriere della Sera, 6 marzo 2026

L’Italia di fronte alle nuove povertà: ripartire da lavoro, welfare e crescita. Il caso dei rider e del food delivery è la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio e preoccupante. Si stima infatti che il 10% degli occupati italiani (più di 2 milioni di persone) sia a rischio povertà. Percentuale che sale al 15,6% tra gli operai e assimilati. Il sintomo va preso sul serio. Da anni ormai, l’Italia sta scivolando lungo un piano inclinato. Ai 5,7 milioni di individui (il 9,8% dei residenti) che l’Istat classifica in povertà assoluta, va aggiunto - secondo i dati presentati dall’ultimo rapporto dell’Alleanza contro la povertà - l’8,2% di famiglie che vivono appena sopra la soglia critica, in una condizione definita di “quasi-povertà”. Nel complesso, circa una famiglia su cinque si trova oggi in una situazione di difficoltà economica.

Nonostante una spesa sociale imponente (ma non ben mirata), i buchi nella rete sociale sono sempre più grandi. Le difficoltà abitative sono crescenti: sia perché molte famiglie vivono in case inadeguate, sia perché i costi dell’abitare (mutuo, affitto, bollette) sono ormai stellari. L’accesso alla sanità è difficoltoso, con liste di attesa troppo lunghe e aumento della spesa privata. Persino l’acquisto di medicinali diventa proibitivo: nel 2025 ben 500.000 persone in Italia si sono rivolte a enti assistenziali per farmaci di prima necessità. E per finire, l’elevata povertà infantile (più alta della media), l’uscita precoce dai percorsi di formazione, la mobilità sociale bloccata fanno sì che la povertà tenda a cronicizzarsi e a trasmettersi da una generazione all’altra.

Continuando su questa strada, nel giro di qualche anno l’Italia rischia di scivolare verso uno scenario “sudamericano”: una società fortemente polarizzata, con un’élite ristretta ricca e potente, una fascia di popolazione relativamente ampia ma calante integrata e protetta e una quota crescente di cittadini lontani dagli standard di vita tipici del ceto medio. Alla cui base non può che espandersi uno strato sociale marginale, perlopiù (anche se non unicamente) costituito da immigrati, del tutto simile a quello che un tempo veniva chiamato “sottoproletariato”: lavoratori dequalificati, precari cronici, famiglie senza riserve economiche, giovani senza prospettive di stabilità.

Fermare e invertire questa deriva è una priorità assoluta. Per ragioni economiche: l’economia italiana ha bisogno di integrazione e di rigenerare la domanda interna; ma soprattutto per ragioni politiche: la stabilità della democrazia potrebbe essere messa a rischio da una evoluzione di questo tipo.

Per contrastare efficacemente un simile scenario è necessario andare al di là di interventi tampone. Serve un’azione integrata capace di cambiare alcuni dati di fondo del nostro modello di sviluppo. La questione sociale ha ormai raggiunto una dimensione tale che non può essere più relegata al capitolo welfare. C’è, prima di tutto, un problema di crescita. Da anni troppo fiacca per creare opportunità diffuse e durature. Stimolo della domanda e aumento della produttività rimangono due questioni di fondo che ci trasciniamo da anni.

C’è poi una questione legata ai crescenti squilibri nella distribuzione del reddito. Profitti e rendite aumentano a discapito dei salari, e sempre meno ricchezza si trasforma in investimenti produttivi e in buona occupazione. Anche se spesso rimossa, rimane la questione del debito pubblico. Assorbendo risorse importanti sotto forma di interessi, il debito riduce i margini di manovra per rilanciare la crescita e migliorare la protezione sociale.

Mentre si agisce su queste leve, è altresì necessario ripensare il welfare. Non basta più un sistema costruito per intervenire sul singolo individuo e sul singolo problema (il disoccupato, il malato, l’anziano, il povero) con misure separate e frammentate. Sfruttando le nuove possibilità che i big data e la digitalizzazione rendono disponibili, va razionalizzata la spesa sociale nella prospettiva di un approccio capace di considerare i bisogni nella loro complessità relazionale e sociale: lavoro, casa, salute, educazione, reti di sostegno, comunità locali costituiscono elementi interconnessi. Fermare la deriva “sudamericana” non è soltanto una questione di giustizia sociale: è una scelta razionale di interesse collettivo.

O si comprende che si avanza insieme e che il contrasto all’impoverimento diffuso porta benefici a tutta la società, oppure bisogna accettare le conseguenze di una società sempre più divisa, insicura e conflittuale. La sfida che abbiamo davanti è dunque chiara: ricostruire le condizioni perché lavoro, welfare e crescita tornino a produrre inclusione. Non si tratta di nostalgia per il passato, ma di inventare un nuovo patto sociale capace di tenere insieme sviluppo economico e coesione. Solo così si potrà evitare che le crepe già visibili diventino fratture irreparabili.