di Mario Di Vito
Il Manifesto, 26 maggio 2025
Alla Camera si vota la mozione sul caso Elmasry. Il ministro senza spiegazioni valide. Intanto al Copasir Mantovano sentito per 3 ore: focus anche su Paragon. La sfiducia non ci sarà, ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, comunque, stamattina sarà costretto una volta di più a intervenire sul caso che più lo imbarazza negli ultimi tempi: quello di Osama Elmasry, il capo della polizia giudiziaria libica arrestato a Torino lo scorso gennaio per ordine della Corte penale internazionale e liberato nel giro di 48 ore in una maniera che ancora oggi, a distanza di due mesi, nessuno dalle parti del governo è riuscito a spiegare in maniera convincente.
Non è stato spiegato quando Nordio e Piantedosi hanno (a modo loro) informato Camera e Senato il 5 febbraio e non è stato spiegato con la Cpi, la cui procura infatti vuole deferire l’Italia davanti all’Onu perché non ha eseguito il mandato di cattura. Oggi, prima delle dichiarazioni di voto sulla mozione presentata dalle opposizioni (e che solo da loro, tranne Azione, verrà votata) il ministro interverrà in apertura di seduta e sarà costretto a tornare sull’argomento. L’ultima volta non è stato un trionfo: colpa delle “quaranta pagine scritte in inglese” con cui i giudici dell’Aja spiegavano i motivi del provvedimento contro il boia libico. La complessità della lingua, e qualche lacuna individuata da Nordio, hanno fatto sì che la richiesta di interlocuzione fatta arrivare in via Arenula dalla Corte d’appello di Roma sia rimasta inevasa. Peccato che questo silenzio del ministero sia stato decisivo per determinare la libertà di Elmasry e che anche le (presunte) inesattezze del mandato potevano essere risolte rapportandosi direttamente con gli uffici della Cpi.
In tutto questo prosegue il lavoro del tribunale dei ministri evocato dalla procura di Roma - che ha nel suo registro degli indagati i nomi di Meloni, Piantedosi, Mantovano e dello stesso Nordio a seguito di un astuto esposto inviato dall’avvocato Luigi Li Gotti - che ipotizza i reati di favoreggiamento e peculato perché il libico è stato rimpatriato a bordo di un aereo di stato. Dalla stretta via del mini-collegio che dovrà appurare se ci sono o meno gli estremi per procedere contro la premier e i ministri passa il più consistente capitolo giudiziario di questa storia.
Ce ne sarebbero anche altri: Li Gotti, infatti, è stato a sua volta denunciato dal collega Mele, che ha presentato un esposto anche contro il capo della procura di Roma Francesco Lo Voi. Che di esposto a carico ne ha anche un altro, compilato dal Dis, i servizi segreti, per un’altra vicenda: la diffusione di carte riservate a dei giornalisti di Domani per via di una denuncia del capo di gabinetto di palazzo Chigi Gaetano Caputi. Nel fascicolo, infatti, c’era finita anche una carta dei servizi, che per legge le parti possono sì leggere ma non possono averne copia. La bizzaria del Dis che si rivolge all’autorità giudiziaria (un inedito nella storia della Repubblica) segnala tra le altre cose la ricorrente presenza dei servizi segreti in questi mesi di dibattito pubblico. Si parla molto delle loro attività e ormai le sedute (in teoria riservate) del Copasir sono diventati appuntamenti delicati, oltre che di un certo interesse.
Proprio ieri, a palazzo San Macuto, il comitato parlamentare di controllo sull’attività dei servizi ha ascoltato per tre ore Mantovano. Un appuntamento programmato, come da formula di rito, durante il quale però si è discusso anche dell’ultimo rapporto, rilasciato una settimana fa, dal Citizen Lab dell’università di Toroto sul caso Paragon, la torbida storia di spyware installati non si sa bene da chi né perché sugli smartphone del direttore di Fanpage Francesco Cancellato e di diversi attivisti dell’ong Mediterranea. In questo documento, oltre a una ricostruzione tecnica dell’accaduto, si segnala come questi spyware siano stati usati, non solo in Italia, quasi sempre per colpire oppositori e gruppi che si occupano di migranti.
Qui sta anche il legame tra il caso Paragon e il caso Almasry: uno degli spiati, David Yambio della ong Refugees in Lybia, è anche uno dei testimoni della Cpi contro l’aguzzino libico. Secondo il Citizen Lab, tra l’altro, lo smartphone di Yambio è stato attaccato da uno spyware anche nei giorni in cui stava rendendo la sua testimonianza.











