di Mauro Palma
treccani.it, 27 aprile 2026
Era il 7 dicembre 2022, il nuovo ministro della Giustizia si era insediato da poco e la tradizionale ‘Prima alla Scala’ veniva trasmessa all’interno del carcere di San Vittore. In quell’occasione, il ministro lodò la lungimiranza di proporre un rapporto con l’arte nel luogo dell’esecuzione penale detentiva, perché - queste le sue parole - la finalità rieducativa che la Costituzione afferma come orizzonte a tutte le pene ha bisogno di concretizzarsi, oltre che nel lavoro e nell’istruzione, nel rapporto con il bello. È vero: il bello ha un valore rigenerativo nella rilettura del proprio passato, soprattutto in un luogo di dolore, quale è in ogni caso anche il miglior carcere.
La parola con cui il concetto della ‘rieducazione’ si declina nel linguaggio della norma e della quotidianità detentiva è ‘trattamento’: un termine da utilizzare con cautela. Innanzitutto perché può debordare verso un improprio significato etico che nega il valore laico, assegnato dal Costituente, di una esecuzione penale orientata verso il ritorno positivo alla collettività sociale e non verso l’astratta redenzione della persona. In secondo luogo perché il trattamento rischia spesso di restringersi a una progettualità che altri delineano per la persona detenuta, quasi relegandola al ruolo di destinataria di un percorso a cui viene richiesta adesione. Indicativo di questo rischio, è l’accesso alla riduzione di 45 giorni di pena che la norma prevede per ogni semestre di “partecipazione all’opera di rieducazione” - la liberazione anticipata - in realtà concesso o negato in base all’aver avuto o meno richiami disciplinari in quel semestre; in sintesi non per un comportamento positivo nell’autonomia decisionale della persona, bensì per la sua adesione alle regole che altri hanno stabilito. Quasi un’infantilizzazione obbediente. È invece la valorizzazione della cultura di cui ognuno è portatore - talvolta anche senza una personale consapevolezza - e delle sue forme espressive che può dare effettività a un’idea di ‘trattamento’ scevra da altri orpelli correzionali. Perché l’espressione del sé culturale è un momento centrale della soggettività di ogni persona; per chi sta scontando una pena è essenziale nella ricostruzione di un percorso verso il suo reinserimento sociale. Il teatro, la musica, la scrittura, l’espressione artistica sono, quindi, iniziative che il carcere dovrebbe potenziare al massimo, accanto ovviamente alle attività di carattere strettamente formativo e lavorativo.
Nell’esperienza delle carceri italiane, il teatro, ha acquisito una centralità, proprio per la sua capacità ricostruttiva di storie altre che parallelamente dialogano con noi stessi, per il rigore della gestualità, per la cooperazione nell’azione, per la coralità espressiva dell’incontro dei corpi, delle voci, dei movimenti. Circa cinquanta compagnie teatrali riconosciute operano all’interno degli istituti e talune hanno avuto riconoscimenti d’eccellenza: basti ricordare, senza diminuire le altre anch’esse importanti, la grande esperienza della Compagnia della Fortezza a Volterra o la lunga tradizione del carcere romano di Rebibbia Nuovo complesso ripresa in un noto film, vincitore di un premio internazionale.
Sempre, dall’amministrazione penitenziaria agli osservatori internazionali e ai ministri che si sono succeduti negli anni, di fronte ai molti elementi di inadeguatezza del nostro sistema penitenziario si è evidenziata la positività dell’esperienza dei teatri in carcere, sia per la coerenza della loro funzione con la finalità rieducativa dell’esecuzione penale, sia per il rapporto di connessione con il territorio, attraverso l’apertura degli spettacoli, ovviamente in condizioni di sicurezza, alle altre persone ristrette e al pubblico esterno che viene così in contatto con la realtà detentiva. In questo modo l’esperienza del teatro contribuisce a garantire la sicurezza in un istituto, perché la vera causa dell’insicurezza è il vuoto, temporale ed esistenziale, produttore di comportamenti che si riflettono duramente su chi ha il compito di vigilare all’interno.
Queste riflessioni sembrano però appartenere al passato. Perché qualche paladino della sicurezza intesa come proibizione di ogni espressione e come chiusura delle persone nel vuoto temporale della propria cella, è arrivato a svuotare di significato anche l’attività teatrale. Proibendo qua e là le iniziative, limitando gli ingressi dall’esterno e facendo partecipare soltanto in numeri irrisori le persone ristrette.
A questi paladini di una distorta idea di sicurezza si deve l’esperienza triste vissuta il 24 aprile, proprio in quel teatro del carcere romano di antica importante tradizione, che ha ben 340 posti. Con la motivazione che della compagnia teatrale fanno parte persone del circuito di ‘alta sicurezza’, alla rappresentazione prevista per quel giorno, in cui tra gli altri era coinvolto un parlamentare promotore della proposta di legge sul potenziamento del teatro in carcere, è stata autorizzata la presenza di soli venti spettatori esterni - ero uno di quelli - verificati nei giorni precedenti dagli occhiuti e inutili uffici, di sole cinque persone detenute e di oltre trenta poliziotti a controllare. Una platea inusuale, frutto di una scelta che nega quelle parole altisonanti del ministro nel carcere milanese in quel dicembre e che è frutto di una impostazione che fa coincidere la garanzia di sicurezza con la negazione delle possibili esperienze, divenendo così fattore di minore sicurezza. E negando un principio fondante del fare teatro, perché questo non esiste senza il pubblico: ricordava che anche il gesto più semplice, quale bere un bicchiere d’acqua, muta di significato e diviene gesto teatrale se vi è un pubblico e se, quindi, l’azione coinvolge non solo chi lo compie ma anche chi lo vede compiere. Qui è il nodo della positività del teatro in carcere: ma l’amministrazione non l’ha capito. E lo sguardo verso l’ampia sala di quel 24 aprile ha proiettato una grande tristezza, al di là della generosità degli interpreti, perché ha reso evidente che oggi occorre tornare a interrogarsi su quale sia il significato positivo dell’assicurare sicurezza e come si rischi di degradarlo nel produrre sempre maggiore chiusura.











