di Paolo Venturi
Avvenire, 19 maggio 2026
Una lezione da Modena: la protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata. C’è un gesto che vale più di mille analisi. Quattro cittadini che bloccano un aggressore in via Emilia. Non aspettano una direttiva, non attendono un protocollo: agiscono insieme, istintivamente, perché si sentono parte di qualcosa che vale la pena difendere. Poi, il giorno dopo, cinquemila persone in Piazza Grande si convocano non per una manifestazione politica in senso partitico, ma per qualcosa di più antico e più necessario: per riconoscersi, per dirsi che esistono ancora come comunità.
Modena, in questi due giorni, ha offerto al Paese una lezione che merita di essere capita fino in fondo, non è una lezione di ordine pubblico soltanto, anche se l’ordine pubblico conta, non è una lezione di sicurezza in senso stretto, anche se la sicurezza è un diritto fondamentale, è una lezione su come si produce protezione vera, quella che non si esaurisce nel necessario controllo del territorio. Il dibattito pubblico tende a trattare la sicurezza come un problema di risorse e di presenza: più presidio, più prevenzione istituzionale. Tutto necessario, ma insufficiente, se resta solo questo. Perché la sicurezza che conta per la vita quotidiana delle persone è in larga misura un bene relazionale, un bene che esiste soltanto nella relazione, che non può essere prodotto unilateralmente da uno Stato pur efficiente, e che decade quando i legami comunitari si allentano.
La protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata: che non cede, che non si volta dall’altra parte, che si prende cura. Questo è quello che la scienza sociale chiama capitale sociale, la rete di fiducia, reciprocità e riconoscimento che lega le persone in un luogo. La ricerca oggi è in grado di portarci evidenze rigorose: le comunità con alto capitale sociale hanno indici di benessere, salute e sicurezza significativamente migliori, non solo perché dispongono di maggiori risorse formali, ma perché hanno più relazioni attive, di reciprocità. Amartya Sen lo direbbe in modo diverso: la libertà reale di una persona dipende dalle capacità che riesce a esercitare, e molte di quelle capacità dipendono dal contesto comunitario in cui vive.
La deriva individualistica della nostra epoca ha prodotto una visione della sicurezza come protezione del singolo contro il mondo esterno: una visione parziale, oltre che controproducente. L’individuo sicuro non è quello meglio sorvegliato ma quello che abita una comunità che esiste, che si riconosce, che si aiuta, che sostiene il lavoro pubblico delle istituzioni e che poi si ritrova in piazza, in quel luogo comunitario e politico per eccellenza, per affermare con la propria presenza fisica che chi vuole minare la vita pubblica e libera dei cittadini troverà davanti a sé non individui isolati, ma una comunità coesa. La piazza di Modena non è soltanto una risposta a ciò che è accaduto ma è un rito, un atto generativo: il momento in cui una comunità si auto-produce e si rende visibile a se stessa. Un’urgenza civile che va alla ricerca della consapevolezza di non essere soli.










