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di Luigi Manconi

La Stampa, 22 febbraio 2023

A un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, quelli che chiamerò Uopl (Umani orientati al progresso e alla libertà) rivelano sintomi e disturbi da stress post-traumatico. Mi riferisco a quei cittadini che si collocano, o comunque vogliono continuare a collocarsi, nella parte sinistra dello schieramento politico, e che, dall’esperienza della guerra e dalla sua mancata elaborazione, ricavano uno stato di vero e proprio smarrimento psicologico e ideologico.

Il 24 febbraio di un anno fa si consumava inesorabilmente l’era sovietica, fin nella sua ultima e miserabile metamorfosi: l’imperialismo russo appariva, senza più infingimenti, esclusivamente come una macchina di distruzione e di morte. Una quota degli Uopl portava a compimento, così, la sua definitiva scissione e il suo estremo congedo da quanto era stato per oltre un secolo, e attraverso notevoli rivolgimenti, il simbolo - meglio, il simulacro - della sinistra stessa: gli ultimi residui, cioè, della memoria della Rivoluzione d’Ottobre. Si dirà: ma questo lavoro era stato già avviato, più di quarant’anni fa, da Enrico Berlinguer, ed è perfettamente vero. Sopravviveva tuttavia un sentimento, un umore, uno stato d’animo che perpetuavano legami sottili e spesso inconsci, con un deposito di emozioni e suggestioni tuttora capaci di influenzare le scelte politiche e intellettuali. Dai Soviet alla resistenza di Stalingrado, ai soldati russi che entrano nel lager di Auschwitz, tutto induceva a una sorta di tendenziale privilegiamento, a una opzione preferenziale, a una tentazione giustificatoria, ogni volta che la Cosa Russa si contrapponeva alla Cosa Americana. Più che altro un sentimento, si diceva, ma assai robusto.

Con l’invasione dell’Ucraina si consuma uno strappo irreversibile e una componente degli Uopl riconosce che, tra Vladimir Putin e Joe Biden, può scegliere, finalmente - e serenamente - il secondo, senza che ciò faccia dimenticare, nemmeno per un istante, le grandi responsabilità passate e presenti dell’imperialismo americano. E Putin può diventare finalmente - e serenamente - il Nemico. È così vero che la controversia più aspra all’interno degli Uopl verte proprio su questo punto: e, passato un anno, sembra che la separazione dalla Cosa Russa, netta e inequivocabile per molti, non lo sia per tanti e, forse, per la maggioranza tra coloro che si vogliono di sinistra.

Ma che cosa ha impedito e tuttora impedisce che la frattura con il “putinismo”, innanzitutto sul piano culturale e ideologico, sia irreversibile? In primo luogo, una radicata sottovalutazione del primato del sistema democratico rispetto a ogni altro sistema. Per considerare Putin il concentrato di tutto ciò che un democratico deve detestare potrebbe essere sufficiente il fatto che il suo potere assoluto duri da oltre vent’anni, consentendogli di fare strage di vite e di diritti. Qui interviene una singolare presbiopia, che si fa relativismo etico e si esprime attraverso formule retoriche primitive come “anche in Occidente comandano sempre gli stessi”; “l’informazione è tutta in mano agli oligopoli”; “in Parlamento a decidere sono sempre le lobby”.

In altre parole, sembra sfuggire a molti che la democrazia più imperfetta (quella italiana, ma anche quella ucraina), per sua stessa natura, è preferibile a qualunque forma di autocrazia. Insomma, la guerra in Ucraina consente di andare al cuore della questione e qui concentrarsi: sto con l’Ucraina perché sto con la democrazia. Tantissimi (temo la maggioranza) tra gli Uopl non condividono questa impostazione “perché gli USA…”, “Perché la Nato…”, “Perché l’Europa…”. Hanno ragione nell’elencare cause, concause e precedenti storici, ma hanno torto marcio nello sfuggire all’assunto iniziale (è giusto stare dalla parte delle vittime e contro il totalitarismo).

Questo conflitto sul senso della democrazia, che rappresenta la sostanza più vera della questione-guerra, ha finito col produrre uno sterile immobilismo. La sinistra (in primo luogo il Pd di Enrico Letta), che con coerenza ha confermato il sostegno all’Ucraina anche attraverso la fornitura di armi, è rimasta impigliata in una estenuante diatriba all’interno della propria area politica. Una diatriba che non ha consentito a quella stessa sinistra di proporre un autonomo contributo a una strategia di pace, rischiando, in tal modo, di apparire semplicemente bellicista.

È impotente a fare dello strumento militare uno degli indispensabili mezzi per arrivare a una tregua e a una trattativa. Una impotenza condivisa, va detto, da pressoché tutti gli attori politici europei. Un’altra quota della sinistra, pur ribadendo stancamente che la Russia è l’invasore, si è ritagliata uno spazio di equidistanza, negata a parole, ma nei fatti inevitabile, se la priorità è sempre e comunque la cessazione immediata delle ostilità. Le due sinistre si sono reciprocamente interdette e oggi è come se osservassero, azzittite e preoccupate, il proprio esaurimento nervoso (i talk show ne sono la perfetta riproduzione).

A sua volta, anche il pacifismo politico rivela una disperante afasia. Esso conserva una sua vitalità nell’azione quotidiana, sotterranea e preziosa, ostinata e solidale, interreligiosa e interculturale, anche nei territori dell’Ucraina, ma incapace di farsi soggetto pubblico. In altre parole, l’esperienza della guerra continua a incidere in profondità nell’inconscio individuale e collettivo dell’Occidente, riproducendo quella condizione di stress. Come si diceva, la mancata elaborazione dell’immenso lutto che si consuma nei massacri in Ucraina produce, tra l’altro, due false rappresentazioni: che tutto stia accadendo per la prima volta (la prima dopo il 1945) e che si viva, ormai, nel dopoguerra. Queste due costruzioni mentali sono tragicamente fallaci: perché è già successo (Sarajevo, Srebrenica, Kosovo) e perché la guerra continua e il dopoguerra non è alle viste.

È questa inconsapevolezza che rende ancora più drammatico lo smarrimento della sinistra tutta e le impedisce di immaginare una strategia di pace fondata sulla resistenza dell’Ucraina e sulla sua capacità di indipendenza anche militare. Un tempo era la guerra a “far maturare” (si diceva così) gli adolescenti - quelli che non vi perivano - e a renderli adulti. Oggi la guerra sembra rendere ancora più immatura la sinistra riducendola irreparabilmente a puer aeternus.

Che dalle urne delle primarie di domenica prossima esca vincitrice Elly Schlein o vincitore Stefano Bonaccini, l’impresa che il Pd dovrà affrontare sarà comunque tale da far tremare le vene e i polsi. Nell’agenda politica del nuovo segretario o della nuova segretaria la questione dell’Ucraina si imporrà da subito e con forza: come continuare a sostenere, anche militarmente, la resistenza senza che ciò determini la riproduzione all’infinito della spirale bellica e come farsi protagonisti, insieme alla sinistra europea, di un percorso di tregua, negoziato, mediazione che produca colloqui bilaterali e multilaterali e conferenze internazionali e, finalmente, dia una chance alla pace.