di Flavia Palomba
Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2026
La situazione delle carceri italiane è ormai al collasso, nel chiuso di una cella le parole della Costituzione italiana si scontrano con una dura realtà, l’art. 27 terzo comma stabilisce con assoluta chiarezza che: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” , eppure la cronaca recente ci racconta una storia diversa, la piaga dei suicidi in carcere non si attenua, e questo rappresenta una sconfitta per uno stato democratico. I numeri parlano chiaro: 82 detenuti si sono tolti la vita nel 2025, l’anno in corso ha confermato questo tragico trend, infatti si registrano ulteriori vittime già dai primi mesi, ed un numero elevatissimo di episodi di autolesionismo, a testimoniare come molti carcerati abbiano individuato nella morte l’unica via di fuga.
Un aumento drammatico che impone una doverosa riflessione sulle condizioni della vita detentiva, sul supporto sanitario e psicologico e sulla tenuta del sistema penitenziario nel suo complesso. Una sequenza di morti che si consuma nel silenzio, e che rappresenta una sconfitta delle istituzioni. La privazione della libertà personale, la lontananza dagli affetti, lo stravolgimento della propria quotidianità sono elementi che incidono duramente sul piano emotivo e psicologico del detenuto.
Vi sono delle responsabilità delle istituzioni in questa crisi? Sicuramente le condizioni materiali e psicologiche in cui il sistema penitenziario versa da anni, in primo luogo il sovraffollamento, gli istituti italiani hanno ormai superato il 142% della capienza effettiva, costringendo più persone in spazi angusti, privi di una vivibilità elementare. Per tale motivo l’Italia fu già condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), con una sentenza dell’8 gennaio del 2013. La Corte aveva analizzato le condizioni di vita nelle celle italiane e stabilito parametri quantitativi e qualitativi molto rigidi. A distanza di anni da quella storica condanna l’Italia è ricaduta nei medesimi indici di sovraffollamento.
A questo si aggiunge la carenza di personale specializzato (psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali) e non viene garantito l’ascolto, il supporto, per persone in uno stato di fragilità. In quest’ottica la pena ha una funzione meramente punitiva, che neutralizza l’essere umano, dimenticando quanto sancito dai padri costituenti, che auspicavano un percorso di riabilitazione sociale. Ma quando si azzera la speranza di un futuro, e si è condannati in uno spazio senza tempo, la pena diventa disumana. La punizione non deve fondarsi sull’odio e sul supplizio ma sulla ragione e sulla misura, un ambiente degradante, violento e disumano non rieduca, anzi desensibilizza, porta all’odio ed al rancore. L’individuo che ha commesso un reato non è un soggetto perduto ed irrecuperabile, il termine rieducazione crede nella perfettibilità dell’essere umano, e nella sua capacità di cambiare. La rieducazione offre istruzione, lavoro, relazioni, affinché l’individuo possa comprendere il disvalore sociale della propria azione e ricostruire il patto di cittadinanza con la società.
Da agosto è in vigore il decreto “svuota carceri”, che dovrebbe alleggerire la pressione sugli istituti di pena, stabilendo per chi sta scontando una pena per dipendenza da droga o alcol il diritto a curarsi in una comunità terapeutica. Ma il percorso è ancora in salita, sarà necessario potenziare le strutture alternative al carcere (comunità di accoglienza) ed investire sul personale specializzato. Il provvedimento non riduce nell’immediato la popolazione carceraria, vi sono dei limiti legati alla copertura economica, pertanto la situazione resta ancora drammatica. Senza riforme strutturali l’emergenza suicidi continuerà a consumarsi nell’indifferenza, smarrendo del tutto il senso di umanità e di rieducazione imposto dalla Costituzione.
La situazione delle carceri italiane tradisce il volere dei Padri costituenti
di Flavia Palomba
Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2026
La situazione delle carceri italiane è ormai al collasso, nel chiuso di una cella le parole della Costituzione italiana si scontrano con una dura realtà, l’art. 27 terzo comma stabilisce con assoluta chiarezza che: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” , eppure la cronaca recente ci racconta una storia diversa, la piaga dei suicidi in carcere non si attenua, e questo rappresenta una sconfitta per uno stato democratico. I numeri parlano chiaro: 82 detenuti si sono tolti la vita nel 2025, l’anno in corso ha confermato questo tragico trend, infatti si registrano ulteriori vittime già dai primi mesi, ed un numero elevatissimo di episodi di autolesionismo, a testimoniare come molti carcerati abbiano individuato nella morte l’unica via di fuga.
Un aumento drammatico che impone una doverosa riflessione sulle condizioni della vita detentiva, sul supporto sanitario e psicologico e sulla tenuta del sistema penitenziario nel suo complesso. Una sequenza di morti che si consuma nel silenzio, e che rappresenta una sconfitta delle istituzioni. La privazione della libertà personale, la lontananza dagli affetti, lo stravolgimento della propria quotidianità sono elementi che incidono duramente sul piano emotivo e psicologico del detenuto.
Vi sono delle responsabilità delle istituzioni in questa crisi? Sicuramente le condizioni materiali e psicologiche in cui il sistema penitenziario versa da anni, in primo luogo il sovraffollamento, gli istituti italiani hanno ormai superato il 142% della capienza effettiva, costringendo più persone in spazi angusti, privi di una vivibilità elementare. Per tale motivo l’Italia fu già condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), con una sentenza dell’8 gennaio del 2013. La Corte aveva analizzato le condizioni di vita nelle celle italiane e stabilito parametri quantitativi e qualitativi molto rigidi. A distanza di anni da quella storica condanna l’Italia è ricaduta nei medesimi indici di sovraffollamento.
A questo si aggiunge la carenza di personale specializzato (psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali) e non viene garantito l’ascolto, il supporto, per persone in uno stato di fragilità. In quest’ottica la pena ha una funzione meramente punitiva, che neutralizza l’essere umano, dimenticando quanto sancito dai padri costituenti, che auspicavano un percorso di riabilitazione sociale. Ma quando si azzera la speranza di un futuro, e si è condannati in uno spazio senza tempo, la pena diventa disumana. La punizione non deve fondarsi sull’odio e sul supplizio ma sulla ragione e sulla misura, un ambiente degradante, violento e disumano non rieduca, anzi desensibilizza, porta all’odio ed al rancore. L’individuo che ha commesso un reato non è un soggetto perduto ed irrecuperabile, il termine rieducazione crede nella perfettibilità dell’essere umano, e nella sua capacità di cambiare. La rieducazione offre istruzione, lavoro, relazioni, affinché l’individuo possa comprendere il disvalore sociale della propria azione e ricostruire il patto di cittadinanza con la società.
Da agosto è in vigore il decreto “svuota carceri”, che dovrebbe alleggerire la pressione sugli istituti di pena, stabilendo per chi sta scontando una pena per dipendenza da droga o alcol il diritto a curarsi in una comunità terapeutica. Ma il percorso è ancora in salita, sarà necessario potenziare le strutture alternative al carcere (comunità di accoglienza) ed investire sul personale specializzato. Il provvedimento non riduce nell’immediato la popolazione carceraria, vi sono dei limiti legati alla copertura economica, pertanto la situazione resta ancora drammatica. Senza riforme strutturali l’emergenza suicidi continuerà a consumarsi nell’indifferenza, smarrendo del tutto il senso di umanità e di rieducazione imposto dalla Costituzione.









