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di Vincenzo Scalia

Il Manifesto, 4 aprile 2026

La questione minorile, nuovo capro espiatorio del panico morale all’italiana, da almeno un lustro viene interpretata come espressione di gruppi giovanili, possibilmente appartenenti agli strati marginali. La questione minorile, nuovo capro espiatorio del panico morale all’italiana, da almeno un lustro viene interpretata come espressione di gruppi giovanili, possibilmente appartenenti agli strati marginali. Per i quali, l’unica risposta plausibile, sarebbe una stretta repressiva. In questo solco si collocano i decreti anti-rave, quello cosiddetto Caivano, e, più recentemente, il cosiddetto provvedimento anti-maranza.

Si è creato, insomma, una sorta di meccanismo sfida-risposta tra i fenomeni sociali più critici e le pratiche governative. Un ingranaggio regolato dalla cultura repressiva, che innesca un circolo vizioso pericoloso per le libertà fondamentali, ancorché sterile, se non addirittura controproducente, sul piano pratico. Basta un fatto di cronaca eclatante per innescare il varo di un nuovo giro di vite, sempre più stretto. Fino al prossimo episodio. Paradossalmente, l’inasprimento della legislazione penale nei confronti dei minori, piuttosto che sortire una diminuzione degli episodi di cronaca nera, registra piuttosto il prodursi di nuovi, tragici, eventi.

Ad uno sguardo più attento, il meccanismo in oggetto, risulta tutt’altro che paradossale. All’inizio degli anni 2000, alcuni criminologi inglesi, parlarono della necessità di sviluppare la cultural criminology, imperniata su di un’analisi che, piuttosto che sui deficit criminali e relazionali o sui processi di criminalizzazione, faccia leva sui fattori culturali e identitari. Jock Young definiva la società contemporanea come bulimica, poiché, se da un lato ingoia la maggior parte dei suoi membri nella promessa del consumo di massa, dall’altro lato rigetta vaste fasce di popolazione, in conseguenza della logica binaria tra inclusione ed esclusione che la caratterizza.

In questa dinamica, filtrata dalle rappresentazioni mediatiche e dai social, la criminalità viene decodificata come elemento distintivo, trasgressivo, che conferisce, a chi la esprime, un’identità individuale spendibile in pubblico. Soprattutto, all’interno del consumismo globale, l’acquisizione di un’identità criminale diventa una merce accessibile a tutti, da scegliere secondo le proprie inclinazioni. Salvo essere dismessa dopo averne fatto uso.

Non siamo davanti allo squilibrio tra obiettivi da raggiungere e mezzi legittimi in conseguenza delle disuguaglianze materiali o delle discriminazioni etnico-razziali. La criminalità della società bulimica alligna all’interno di un contesto culturale che si nutre della fine delle identità collettive, dominata dall’aspetto espressivo come misura del peso specifico che ognuno occupa all’interno del panorama sociale contemporaneo. Violare la legge, commettere atti efferati che si collocano ai limiti del consesso civile, rientra in questa cornice. Il tredicenne di Trescore Balneario, che accoltella l’insegnante sfoggiando la scritta “Vendetta” sulla maglia e filma l’aggressione, non fa altro che rispecchiare una società dove da anni, nelle bancarelle, le magliette con la faccia di Pablo Escobar hanno larga diffusione. Dove succede che degli adolescenti fermino il tram o mettano in atto comportamenti violenti per il solo scopo di diffondere i contenuti attraverso i social, dando così forma al loro desiderio di uscire dall’anonimato.

Se essere o definirsi criminale, lungi dal costituire uno stigma, diventa un elemento identitario caratterizzante, la strategia messa in atto dall’esecutivo in carica si rivela del tutto inadeguata e controproducente. Poiché attraverso la criminalizzazione dei minori per mezzo di quella che si ritiene una restrizione delle opportunità criminale, in realtà si ottiene il risultato di creare ed allargare nuovi spazi per la declinazione di presunte identità trasgressive. Che finiscono per ampliare il bacino della criminalizzazione e produrre nuovi individui o gruppi criminali. Dal momento che la prigionia, l’isolamento dal resto della società, la condivisione di una condizione, sfociano inevitabilmente nell’articolazione di nuove trasgressioni e nuove criminalità. Magari più pericolose.