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di Francesca Bellini

altreconomia.it, 16 luglio 2026

L’elenco dei promotori dell’Alleanza per l’articolo 27 include, in ordine alfabetico: Acli, Antigone, Arci, Cgil, Cnca - Coordinamento nazionale comunità accoglienti, Cnvg - Conferenza nazionale volontariato giustizia, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La società della ragione, Legacoopsociali, Movimento di volontariato italiano (Movi), Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di dentro. A metà luglio le porte di 34 istituti penitenziari italiani si sono aperte a 330 membri della società civile. A Milano le visite a Opera, San Vittore, Bollate e Beccaria hanno riportato al centro il tema del sovraffollamento, della carenza di personale e della crescente presenza di under 25 in carcere. “Di giovani si parla tanto ma non ce ne si occupa mai davvero”

“La civiltà di un Paese si dimostra anche sulla base di come vengono trattati i suoi detenuti. Di fronte a quello che abbiamo osservato oggi e agli sguardi che abbiamo incontrato, viene da chiedersi se la prigione non sia nella nostra testa, nei pregiudizi e nelle facili etichette; nel pensare che una persona che ha sbagliato non possa voltare pagina”. Così don Luigi Ciotti ha commentato di fronte alla stampa quanto appena visto all’interno della Casa di Reclusione di Milano Opera. Il fondatore del Gruppo Abele e di Libera ha infatti preso parte alla mobilitazione che lunedì 13 e martedì 14 luglio ha portato 330 membri della società civile in 34 istituti penitenziari, distribuiti in 29 città italiane. 

L’iniziativa è nata dall’Alleanza per l’articolo 27, un collettivo nato a Roma lo scorso 6 febbraio, che vede come promotori 17 associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, alleatesi per contrastare “una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna” e per attirare “l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani, oggi attraversati da una crisi sempre più grave”. I dati dell’ultimo rapporto Antigone parlano infatti di un tasso medio di sovraffollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto a quella che dovrebbe essere la capienza regolamentare. 

A Milano le visite hanno riguardato gli istituti di Opera, San Vittore e Bollate e, nel pomeriggio di lunedì 13, anche il carcere minorile Beccaria. Il quadro che ne è emerso è quello di un carcere “contenitore”. A Opera su 900 posti disponibili ci sono 1.370 persone recluse; a Bollate 1.648 detenuti su una capienza di 1.267, a San Vittore 1.173 presenze su 710 posti, e al Beccaria 55 giovani a fronte di una capienza regolamentare di 42.

“Al sovraffollamento si abbina una condizione di sotto organico sia della polizia penitenziaria sia del personale civile. C’è un tema enorme legato alla mancanza di attività, alla carenza d’acqua e al caldo: mancano i ventilatori e chi li vuole se li deve comprare, riflettendo anche qui una questione di classe. La volontà normativa non è evidentemente quella di attuare pienamente la Costituzione e dare senso alla sua funzione di reinserimento sociale e di abbattimento della recidiva ma di creare un contenitore nel quale vediamo persone che non hanno nulla da fare tutto il giorno, in un ambiente tossico che offre poche speranze” hanno commentato, dopo la visita a Opera, Vincenzo Greco e Ivan Lembo della Cgil di Milano. 

Un altro tema portato all’attenzione è quello dei giovani adulti: dopo un lungo periodo di diminuzione, negli istituti penitenziari è tornata a crescere la presenza delle persone tra i 18 e i 25 anni. Oggi i detenuti tra i 18 e i 20 anni rappresentano l’1,6% della popolazione carceraria, mentre quelli tra i 21 e i 24 anni sono circa il 5%. Ma il dato più allarmante riportato dall’ultimo rapporto di Antigone riguarda il numero dei suicidi: tra le 106 persone che si sono tolte la vita in carcere tra il 2025 e i primi mesi del 2026, in 25 avevano tra i 20 e i 29 anni, rendendo questa la seconda fascia d’età più colpita dopo quella tra i 30 e i 39 anni. 

“Abbiamo visto tantissimi giovani. Se ne parla tanto ma non ce ne si occupa mai davvero. Pensiamo alla storia di Caivano: di fronte a un fatto gravissimo che ha coinvolto dei minorenni, la risposta è stata abbassare l’età per perseguire penalmente i ragazzi. Invece bisognava investire di più nel sostegno alle famiglie e ai giovani. Creare delle possibilità”, ha commentato Ciotti che alle domande provocatorie dei giornalisti sui cosiddetti “maranza” e sulla possibilità anche di un loro “recupero” ha risposto che la violenza è la manifestazione di una fragilità che merita ascolto e non semplificazioni, e di un mondo adulto che sia capace di guardarli e non solo di criminalizzarli e lamentarsene.

Per Sonia Caronni, portavoce del gruppo carcere del Cnca Lombardia, mettere in carcere degli infra-venticinquenni, spesso alla prima esperienza detentiva, insieme agli adulti “significa inserirli nell’università del crimine. Finirli come autori di reato e non dargli nessun’altra possibilità”. Il decreto legge 92/2014, convertito nella legge 117, aveva esteso da 21 a 25 anni la permanenza negli Istituti penali per i minorenni (Ipm) per chi aveva commesso il reato prima della maggiore età, così da garantire continuità al percorso educativo e trattamentale. Il cosiddetto “decreto Caivano” ha però stabilito che questa possibilità non sia più la regola ma una facoltà: chi commette un reato prima dei 18 anni può e non deve più, come previsto in precedenza, permanere negli Ipm fino ai 25 anni. Inoltre qualsiasi comportamento ritenuto non compatibile con l’ordine e la sicurezza può comportare il trasferimento immediato in un istituto per adulti. Una modifica che ha avuto effetti concreti: nel 2025 sono stati 195 i trasferimenti di giovani che avevano commesso il reato da minorenni, oltre l’85% in più rispetto all’ultimo anno precedente all’entrata in vigore del decreto Caivano. A deciderlo è il direttore della struttura, previo nulla osta del magistrato che può però opporsi allo spostamento “solo per ragioni di sicurezza”. Una scelta che, secondo Caronni, non fa che privilegiare un atteggiamento punitivo a discapito della finalità educativa che dovrebbe caratterizzare l’esecuzione della pena.

“Il nostro è un richiamo alla politica urgente e necessario. Abbiamo visto svolgere il ruolo di educatori da persone che educatori non sono, che cercano di supplire a una mancanza di personale come possono ma non sono né preparati né formati -ha commentato la consigliera comunale Diana De Marchi-. Soprattutto abbiamo visto tanti giovani che qua dentro non hanno speranza di riscatto perché questo non è un sistema pensato per loro: questo è un luogo per adulti e invece abbiamo trovato ventenni che sicuramente faranno fatica, se mai ci riusciranno, a migliorare dopo essere stati qua. E questo è gravissimo ed è un danno all’investimento sulle nuove generazioni e alla speranza di avere un futuro che qui gli viene tolto”. 

A preoccupare è anche un quadro normativo che negli ultimi anni ha progressivamente privilegiato l’inasprimento delle pene, restringendo gli spazi per percorsi alternativi alla detenzione. Per numerosi reati si è ridotta la possibilità di accedere a strumenti come la messa alla prova, aumentando così il ricorso al carcere anche nei confronti di giovani per i quali un percorso educativo e di responsabilizzazione risulterebbe più efficace. Proprio il 14 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo Ddl Sicurezza con “Disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle Forze di polizia e del ministero dell’Interno”, già ribattezzato dai media “anti-maranza”. Tra le novità c’è l’estensione del fermo preventivo anche ai minorenni nei casi in cui, durante operazioni di polizia finalizzate alla prevenzione di reati che turbino l’ordine pubblico in luoghi ad alta affluenza, vi sia “un fondato motivo di ritenere possano mettere in atto condotte di pericolo per la sicurezza pubblica”, come ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in conferenza stampa. 

L’Alleanza per l’articolo 27 chiede di riaffermare il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione: una pena conforme ai valori di umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. Paolo Cattaneo del Cnca Lombardia ha sottolineato di aver aderito all’iniziativa perché crede ancora nell’”umanità della giustizia”. “Esiste un sistema giudiziario che va oltre la pancia, che sa essere razionale e giusto. Che vede, se non la possibilità di rieducare, almeno quella di fare uscire persone migliori. Invece oggi chi esce dal carcere esce spesso peggiore, con una recidiva tristemente destinata ad aumentare”. Non un bene per loro e non un bene per la collettività.