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di Walter Veltroni


Corriere della Sera, 11 novembre 2021

 

Le regole del gioco si fanno insieme e la partita è tra avversari. In Italia, al contrario, le regole cerca di imporle la maggioranza e il governo si fa tutti insieme. Ci stiamo abituando a dire solo no, no a tutto. Il "bel paese dove il sì suona", verso di Dante che rischiarava uno dei canti più cupi della Commedia, potrebbe ormai essere volto al suo contrario. Stiamo diventando davvero "il bel paese dove il No suona". O almeno questa è l'impressione. No vax, no green pass, no tav, no euro, no immigrati.

E i governi che da decenni si costituiscono sono fondati spesso, esclusivamente fondati, su un No. No ai comunisti, no ai post comunisti, no a Berlusconi, no al Pd, no a Salvini. E così abbiamo avuto il capolavoro di governi precari, eterogenei fino al caos, incapaci di generare riforme e modernità perché non fondati su una comune visione del futuro della società italiana, né talvolta sulla comunanza dei valori minimi di riferimento. I programmi sono stati documenti di centinaia di pagine che annacquavano le differenze in un profluvio di parole senz'anima e, come accade ancora oggi, allo stesso tavolo di governo possono sedere forze che si considerano, o dovrebbero considerarsi, alternative. Le stesse forze, per paradosso, contro le quali, solo dodici mesi prima, si era formato, con gran rumore di grancassa, un governo del tutto diverso.

Così la politica, "arte regia" per Platone, finisce col sembrare una gigantesca porta girevole di albergo e si perdono le nitide, ossigenanti, differenze tra forze, culture e programmi che distinguono sinistra e destra del duemila. E il grottesco è che, in fondo, aleggi sempre una sorta di pregiudizio di legittimità democratica degli uni verso gli altri. Ma, nel momento in cui, anche in una situazione d'emergenza, si è giustamente collaborato, non può più esistere quel pregiudizio che spinge a definire i propri avversari, oggi partner di coalizione, come non legittimati a gestire la cosa pubblica.

Se provassimo a fare un passo in avanti? A dismettere i pregiudizi che servono ad alimentare gli schieramenti che nascono solo contro e tentassimo di ricreare la virtuosa dimensione delle regole di una democrazia? Quella che i nostri costituenti, divisi da ideologie e riferimenti internazionali - non le bazzecole di oggi - seppero mettere in campo? Se cioè i due schieramenti le cui radici affondano, seppure in forma molto mediata, nella storia italiana, dialogassero e convergessero sulla definizione delle regole del gioco e poi divergessero, confrontandosi anche aspramente, su programmi e valori per il futuro dell'Italia e degli italiani?

Le regole del gioco si fanno insieme e la partita è invece tra avversari. In Italia succede il contrario: le regole elettorali o costituzionali cerca di imporle la maggioranza effimera di turno e invece il governo si fa tutti insieme o, comunque, con schieramenti tenuti insieme con la colla derelitta "dell'evitare che vinca o governi quell'altro".

Un governo all'anno, in media. Così è stato nella Prima Repubblica, della quale è sciagurato avere nostalgia, ma così è anche in questa Repubblica uno bis. E l'Italia è stato l'unico Paese europeo a sperimentare, in vari momenti delle sue crisi più drammatiche, formule di governi tecnici presiedute da personalità rilevanti. E spesso è a questi governi, per estremo paradosso, che si possono collegare i momenti di più radicale cambiamento, le stagioni di più intenso cambiamento. È stato così con Ciampi, Monti, ora con Mario Draghi.

Quando la politica perde la sua capacità di affrontare il disagio sociale con risposte minute e concrete e, al tempo stesso, rinuncia ad accendere un sogno che sia energia vitale della vita democratica, allora si fanno strada i No come risposta difensiva, rabbiosa; come paura di un futuro che non si riconosce nitidamente, del quale non si distingue il profilo.

E non sono il No coraggioso dei dodici professori, solo dodici, che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo. Non sono i No educativi che, come diceva Giovanni Bollea nella presentazione del libro di Asha Phillips, "aiutano a crescere". Non sono quei no cha hanno accelerato i cambiamenti o conquistato libertà perdute. Sono No impauriti, carichi d'odio, in fondo conservatori. La loro rilevanza deve certo essere relativizzata, per non confondere lo stato d'animo di minoranze con lo "spirito del tempo".

Ma non possono essere considerati solo un problema di ordine pubblico. Sarebbe un grande errore. Anche perché si sta facendo strada il più pericoloso dei sentimenti, per una democrazia: il No al voto, di cui abbiamo avuto drammatica - e sottovalutata - prova nelle recenti elezioni amministrative, pure da sempre le più care agli italiani.

Rigenerare la politica, ritrovare la bellezza dei confini programmatici e ideali, definire regole condivise, mettere fine al grande caos di questi anni, generato dalle culture populiste di ogni risma, e riprendere il cammino per una democrazia dell'alternanza, attuabile con diversi sistemi elettorali, che restituisca ai cittadini il potere di decidere chi li governa. Forse la via è più semplice e naturale di quanto sembri. Basta volerlo.