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di Luigi Labruna

La Repubblica, 27 aprile 2022

“Un paziente si rifiutava di uscire dal bagno dove stava spaccando la doccia e si era tirato addosso le tubature tagliandosi la testa. Le guardie dovevano intervenire. Ci ricordavano che quella era una prigione e noi, i clinicians, dicevamo che era un ospedale psichiatrico. Quelli erano condannati a morte, esseri umani disperati, sofferenti e afflitti da malattie serie. A volte, mi sembrava di provare quello che sentivano loro e altre avrei voluto mandare tutti a quel paese. Non l’ho mai fatto”.

Cito da Francesca Biffi, “Il cordone” (2020), libro crudo e possente, la cui narrazione, innervata da straordinaria intensità di sentimenti, va indietro, al 1928. Quando, in un paesello del Sud, sua nonna, appena nata, stava per esser fatta a pezzi con un’accetta, perché femmina, dal padre ubriaco. Una trama che si dilata in rivoli dolenti, talvolta teneri, come quelli dell’indigenza del Sud, del trasferirsi dei Biffi da lì nelle periferie romane, delle “vedove bianche” degli antenati emigrati in Argentina e del suo “fuggire”, da laureata in psicologia, negli Usa. E del patriarcato, con la nonna “rapita” a 14 anni, stuprata, costretta a nozze infelici. E dell’angoscia per la perdita del primo figlio, intrecciata con la nostalgia per la madre, la nonna amatissima, le origini e l’orrore dell’attesa per i tempi indefiniti dell’esecuzione della pena capitale dei suoi carcerati malati di mente.

“Il cordone” me lo ha segnalato un lettore della Refola su “Carceri e patologie psichiatriche”, relativa all’“orrore” di Napolitano e alla condanna dell’Italia di Strasburgo per i “trattamenti inumani e degradanti” inflitti a malati psichiatrici negli ex manicomi giudiziari come quello d’Aversa.

Rose e fiori rispetto a San Quintino, dove, per dire, il “paziente” è costretto, durante la visita terapeutica, a star seduto “come fosse uno scimmione o un animale selvaggio” in una gabbia, che ha una lastra di plastica al centro per evitare possa far passare tra la rete sputi, feci e urine. Ogni carcerato reagisce a modo suo. Ne do solo un esempio. “Il signor Wyatt spesso chiude gli occhi e si addormenta. A volte racconta un po’ di sé: ha ucciso tutta la sua famiglia, moglie, figli, nipoti, per salvarli dal male del mondo. Si sente Dio e sta in pace con sé stesso”. Un libro che “deve” esser letto. Credetemi.