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di Nicoletta Verna

La Stampa, 8 settembre 2024

Fra i moltissimi motivi per cui la strage di Paderno Dugnano ci atterrisce c’è l’assenza completa di un movente. L’omicida, leggiamo sulle cronache, era un ragazzo tranquillo, normale, quieto. Ci sgomenta allora l’impossibilità di penetrare l’immenso abisso dell’animo umano: la solitudine, la disperazione, il terrore, il senso di assurdo sono condizioni endemiche della vita, ma quando esplodono in completa assenza di qualunque segnale o presagio destabilizzano. Gli psicologi e gli esperti, però, dichiarano (probabilmente a ragione) che in questo e in altri casi simili i segnali senz’altro c’erano, ma che non sono stati raccolti o riconosciuti.

Cambiamo storia. Nella notte fra giovedì e venerdì un ragazzo di 18 anni, Youssef Moktar Loka Barsom, ha perso la vita in un incendio nel carcere di San Vittore. Youssef era stato recluso a luglio per una rapina in strada, però in carcere non doveva esserci. Era infatti stato assolto da un precedente reato per vizio totale di mente, sulla base di una perizia psichiatrica, e destinato a una comunità terapeutica. Ma nelle comunità terapeutiche posto non ce n’era, così è finito in lista d’attesa e, infine, nel carcere di San Vittore, uno dei più sovraffollati d’Italia, con un altissimo numero di suicidi e spazi limitati e spesso fatiscenti: forse, non il luogo migliore per gestire una fragilità mentale. Nel caso di Youssef, dunque, i segnali c’erano, forti e inequivocabili.

“Segnale” deriva da “segno”, che in semiotica (la disciplina che studia la capacità del segno di dare la possibilità a chi interpreta di comprenderne il contenuto) è definito come “qualcosa che sta per qualcos’altro, a qualcuno in qualche modo”. Il segno esiste in virtù di qualcos’altro, e come indica qualunque teoria della comunicazione, si rivolge sempre a un ricevente. Il concetto di segnale senza ricevente, ovvero senza il soggetto che lo accoglie e codifica, perde la sua ragione d’essere: un segnale stradale senza automobilisti, un segnale telefonico sena nessuno che risponde. Il segnale, anche nel senso di “indizio”, “prodigio”, “manifestazione di volontà”, deve arrivare in assenza di “rumore”. Il rumore è qualsiasi interferenza che causa una distorsione del segnale, e può intervenire in qualunque fase del processo. A livello del destinatario, avviene quando non vi è disponibilità di qualunque natura (fisica, psicologica, ambientale) a decodificare il segnale.

Negli ultimi anni nel nostro Paese l’insieme dei disturbi mentali è aumentato del 30 per cento, e la problematica è legata soprattutto ai giovani pazienti. Eppure, le strutture e i soggetti che dovrebbero accogliere e diagnosticare questi disturbi sono sempre più scarsi, poveri, sguarniti. L’ambito della salute mentale è forse quello dove più drastico è lo squilibrio tra fabbisogno e offerta. Il nostro Paese destina alla salute mentale un ottavo di quanto allocano Francia e Germania, un quinto del Regno Unito e molto meno di Spagna e Portogallo. È tristemente ovvio, allora, che i segnali quando ci sono cadano nel vuoto o non possano essere accolti.

La strage di Paderno, la morte di Youssef e moltissimi altri casi che rubrichiamo come assurdi e imprevedibili, allora, sono diversi ma forse legati da un filo rosso, che è la solitudine. Solitudine come abbandono, ma anche come ricerca di una risposta che non c’è, o non può essere data da parte di chi dovrebbe o potrebbe.