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di Ilaria Sacchettoni

Corriere della Sera, 8 dicembre 2024

L’amarezza dei testimoni di giustizia (figura ben diversa dai “pentiti”), imprenditori e non, entrati nel programma di protezione dello Stato per aver denunciato mafia e corruzione. “Noi, abbandonati”. La legge che istituisce i testimoni di giustizia è la n. 45 del 2001. Prima questi coabitavano in un percorso giuridico-legislativo e in un programma di protezione nato per i pentiti di mafia. Importante (ma a tutt’oggi inapplicata) la legge istituita dal governo Letta nel 2013 con la quale si permette ai testimoni di giustizia di essere assunti nella pubblica amministrazione come avviene per le vittime del terrorismo e del crimine organizzato. Si stima che oggi i testimoni di giustizia siano almeno quaranta.

Basta poco e rivivono il trauma. Lo scorso ottobre un incendio s’è portato via il capannone degli attrezzi di Tiberio Bentivoglio, l’imprenditore sanitario di Reggio Calabria che ha denunciato le pretese delle ‘ndrine e perciò è finito sotto scorta. Indignazione e rammarico sono affiorati, allora, nella chat dell’associazione che riunisce alcuni tra i circa quaranta testimoni di giustizia di tutta Italia. “Vigliacchi...” mormora Ignazio Cutrò che presiede l’associazione e intanto fronteggia le nuove, continue emergenze dal suo domicilio riservato.

L’imprenditore di Bivona, nell’agrigentino, ha denunciato estorsioni nei suoi confronti a partire dal 1999. Anni di segnalazioni che hanno portato condanne per oltre cento anni di carcere e a lui un quarto di secolo da sorvegliato speciale. Indignazione. Rammarico. Rabbia. Stati d’animo ricorrenti assieme a una variazione sul tema dell’abbandono. La psicologa e criminologa che segue alcuni di loro (e che non può essere identificata per analoghe ragioni di sicurezza) descrive quel vissuto così: “I testimoni spesso si sentono fraintesi. La loro scelta, per quanto nobile, quasi mai viene apprezzata dalle persone che li circondano. Amici e parenti, per paura di ritorsioni o per incapacità di comprendere la portata del gesto, tendono ad allontanarsi. E se i parenti, malgrado tutto, riescono, poi, ad accettare una scelta simile, gli amici se ne vanno. Un rifiuto che intensifica il senso di solitudine”.

Uno di loro, che ha denunciato il massiccio ricorso a tangenti da parte di alcuni imprenditori del centro Italia, puntualmente arrestati e condannati, è scivolato un giorno dopo l’altro in una cupa spirale emotiva scandita da alti e bassi spesso ingovernabili. Dalla sua località segreta, tutelato da una nuova identità, quel testimone di giustizia, forse inconsapevole di avere tagliato un nuovo traguardo - fin qui la categoria era appendice del fenomeno mafioso; per la prima volta, invece, c’è un testimone per reati di pubblica amministrazione, lontano da terre tradizionalmente interessate alla criminalità organizzata - si lascia andare a un lungo sfogo: “Avevo una vita ricca di interessi ed emozioni, affetti, autonomia, stabilità. Tutto sfumato - confida -. Questo è ciò che accade a un cittadino onesto che decide di combattere l’illegalità e viene affidato al programma di protezione. Vieni calpestato e annullato. La tua vita dipende esclusivamente dal servizio centrale di protezione. Si è costretti a sopravvivere ricevendo un contributo mensile di 1.600 euro...”.

La realtà bussa con i suoi aspetti concreti alla porta di ciascuno di loro. Il silenzio li offende. La burocrazia li maltratta. C’è chi non ha i soldi per le bollette, per i farmaci, per le urgenze quotidiane. Abbandono affettivo ma anche abbandono istituzionale. Una legge dei primi anni Duemila, oggi in gran parte inapplicata, stabilisce una corsia preferenziale per l’ingresso dei testimoni di giustizia nella pubblica amministrazione: “Ma ora tutto è in discussione”, commenta Cutrò, consapevole delle enormi difficoltà. Oggi le parole di Giuseppe Carini, l’uomo che contribuì a far condannare i fratelli Graviano per l’omicidio di don Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio di Palermo freddato nel 1993, trasudano malinconia: “È finita la stagione in cui lo Stato chiedeva una mano. Oggi le denunce sono ritenute delle seccature. Meno dura il programma di protezione meglio è per lo Stato”. I testimoni sono a tempo determinato, infatti. Usciranno dal programma prima o poi. Spesso poi... dopo avere perso lavoro, reddito, casa, affetti. Ma come racconterebbe la sua storia Carini? “Per quanto mi riguarda ho lottato con le unghie e con i denti per cercare di capire dove stessi andando con le mie azioni. Oggi sono osteggiato. Qualche tempo fa mi hanno diffidato a partecipare al premio Joe Petrosino dove avrei dovuto ricevere una menzione speciale perché non volevano che parlassi con i giornalisti”.

Lui, testimone da oltre un decennio, il Mephisto calato in volto a proteggere i lineamenti, dopo aver conquistato lo status di senior sottolinea un aspetto fondamentale: i testimoni di giustizia, cittadini perbene che si trovano a testimoniare reati, sono usciti dall’agenda di governo e da quella della politica. Diversa la questione dei collaboratori, criminali pentiti sempre più impiegati dallo Stato nell’attività investigativa. Tra loro, confusi da narrazioni politico-mediatiche spesso trasandate, c’è un’incolmabile distanza etica. Per gli uni la testimonianza è l’exit strategy più indolore, per gli altri è una scelta essenzialmente morale.

Una legislatura fa Carini è entrato in rotta di collisione con un senatore pentastellato, accusato “senza mezzi termini” di non aver fatto nulla per riportare la questione, loro paladini della legalità, al centro della scena politica. Cutrò, però, va perfino oltre: “Oggi non è tutelato il nostro diritto al lavoro. Non sono tutelati i nostri familiari. Non è tutelata, nel vero senso della parola, la nostra vita. L’interlocuzione con le istituzioni è ormai inesistente. Rappresentiamo un problema anziché una soluzione. Serve un nuovo scatto. Crediamo, ad esempio, che i nostri familiari debbano essere considerati vittime del dovere”.

Cutrò è riuscito dove altri hanno fallito, ha ricucito il rapporto con la sua terra d’origine, ha messo al servizio di altri la propria esperienza. Malgrado ciò è ancora ostaggio di una burocrazia senza mezzi né strategia che stenta ad affrontare con strumenti adeguati singoli atti di coraggio.

Talvolta c’è una sorta di approssimazione istituzionale. Racconta un altro imprenditore siciliano sottoposto al programma di protezione per aver denunciato il “pizzo”: “Fra il 2005 e il 2014 sono stato pestato, sequestrato e mi sono stati uccisi tre cani. Faccio, allora, un tentativo di spostarmi in un’altra città nella quale, mi dicevano, la pressione mafiosa era minore. Invece mi raggiungono: “O ci dai 80 mila euro o ti spariamo nella testa” mi minacciano. Nel 2014, allora, entro nel programma di protezione. Quattro mesi di purgatorio in località protetta, lontano dalla famiglia, sotto una nuova identità. Dormivo sul divano di un appartamento del ministero e ricevevo 160 euro a settimana di contributo economico”.

Oggi, trascorso quel purgatorio, l’imprenditore è entrato stabilmente nel programma. Vive sotto scorta con tutte le difficoltà che questo comporta: “Siamo una seccatura anche per loro, il personale delle forze dell’ordine, e qualche volta non fanno nulla per mascherarlo”. Per la psicologa c’è un tema che sfiora il rimpianto: “Pur consapevoli di aver fatto la cosa giusta, il peso dei sacrifici richiesti li porta a interrogarsi su quanto la loro scelta sia valsa davvero. Il rimpianto del “prima”: la vita precedente, anche se imperfetta, viene idealizzata. I momenti di normalità, gli affetti perduti e le abitudini quotidiane diventano un ricordo doloroso, qualcosa di irrimediabilmente spezzato”.

L’imprenditore siciliano che denunciò il “pizzo” oggi confida: “Bisogna avere spalle molto larghe e una grande forza d’animo. La società mi isola, la mafia mi vuole ammazzare e lo Stato mi sopporta a fatica. Ci sono giorni in cui pensi di farla finita”. Tollerati. Abbandonati. Testimoni di (in) giustizia.